70° Puntata del Romanzo “Arri Arri Cavallluccio” di Alessandra Fiorilli

I giorni successivi alla tua morte sembravano eterni, avvolti in una bambagia di ricordi struggenti, di lacrime calde che, cadendo, non facevano rumore. Non c’era posto dove andare per placare la nostra disperazione ma forse era ancora troppo presto per incontrarti o riconoscerti nella sabbia che mi entrava nelle scarpe, in una mareggiata, nel vento che faceva sbattere le imposte.

Ti cercavo dove non c’eri più ma non ti trovavo in nessun luogo, in nessuna manifestazione della natura, in nessun sorriso, in nessuna pagina che rimaneva bianca, senza che tratto di penna riuscisse a sfiorarla. Il dolore mi aveva stretto con una corda pesante, con nodi strettissimi, impossibili da sciogliere, io tentavo di camminare ma non ce la facevo a slegarmi, io volevo scrivere ma non ne avevo la forza, io volevo sorridere al mondo ma la mia bocca era come sigillata, io volevo liberarmi da questa stretta di dolore e di disperazione ma ero ancora troppo infiacchita per farlo.

Aspettai, dunque, aspettai che il tempo rimarginasse le ferite e sciogliesse quel nodo che mi ha impedito, per anni, di scrivere di te. I mesi successivi alla tua morte furono pieni della tua assenza, il tempo sembrava dilatare le ore oltre misura, quelle stanze apparivano vuote, deserte, attonite anche loro, di fronte alla consapevolezza che non avresti più aperto i cassetti della scrivania, messo ordine tra le tua carte, sistemato gli abiti nell’armadio. Era così strano pensare che non ti avrei più potuto vedere, che, componendo il tuo numero di telefono non avresti più esordito, dall’altra parte della cornetta, con la tua voce squillante: “Pronto, chi parla?”.

Però da quel pomeriggio che trascorsi nel tuo studio, per riordinare i tuoi libri sui quali avevo studiato anch’io, e durante il quale ti riconobbi in quella finestra che un’improvvisa folata di un vento fece sbattere, io cominciai a sentirti e a vederti ovunque: nella perfetta rotondità e nel colore deciso delle prugne, nel verde dei fichi settembrini, in quelle nocciole che, giunte a maturazione, lasciavano sull’albero il loro involucro marroncino e cadevamo giù, sul pavimento della veranda, dandoci così la possibilità di raccoglierle e di conservarle per l’inverno, in quelle splendide giornate autunnali che tanto piacevano ad entrambi, con il cielo terso, pulito, spazzato dalle nubi, con l’aria fresca che carezza la pelle.

Tu eri ormai nelle cose che avevi amato e che continuavano anche senza di te, tu eri nelle cose che avevi vissuto, che avevi posseduto, tu eri nei miei ricordi ma non per questo non saresti stato più il mio futuro.

Perché il futuro, essendo un momento che ancora non c’è, non esiste, e per concretizzarlo davanti ai nostri occhi ha bisogno di una marcia in più, di un sostegno e questo si chiama forza d’animo e di volontà. E chi ce la può dare tutta questa volontà se non le persone che non ci sono più, ma che continuano, passo dopo passo, ad indirizzarci con il loro insegnamenti, con il loro amore? Quindi, giorno dopo giorno, pensai a te come al mezzo attraverso il quale avrei potuto plasmare il mio futuro che proprio tu, non ti stancavi mai di dirmelo, vedevi ricco e pieno di soddisfazioni.

69° Puntata del Romanzo “Arri Arri Cavalluccio” di Alessandra Fiorilli

Quando entrai in casa, la nonna era già nello studio, che nei giorni dopo il tuo rientro dall’ospedale, aveva mutato la sua natura di stanza di lettura, sommersa com’era la scrivania, di garze, bende, prescrizioni del medico. In camera da letto, sul comò, il diario giornaliero che l’infermiera aggiornava di volta in volta, riportando i valori della glicemia, della pressione arteriosa e della temperatura corporea, che non scese mai al di sotto dei 37°. Quella febbre, di cui mi aveva informato il medico in ospedale, l’avevi trascinata da quelle corsie bianche facendola entrare nella tua casa, nel tuo letto, tra le tue lenzuola di lino, e proprio non voleva saperne di andare via.

Il 3 luglio, invece, accanto ai valori registrati quotidianamente, non c’era scritto niente: non c’era stato tempo di vedere quanto misurasse la tua pressione o la tua temperatura corporea. Il diario era aperto proprio al 3 luglio e sarebbe rimasto fermo lì, come l’orologio di quel centro dell’Irpinia stravolto dal terremoto dell’80, le cui lancette si bloccarono proprio nell’ora della scossa più violenta.

Il mio dolore era talmente grande, nonno, che avrei voluto fare come quell’orologio e sedermi lì, sulla tua sedia, e restarci delle ore, ad aspettare che un’altra scossa, di più forte intensità, venisse a svegliarmi da quel torpore. Ma la vita doveva andare avanti, anche senza di te, e così, facendomi coraggio e tentando di infonderlo un po’ anche alla nonna, cominciai a fare ordine nella tua stanza da letto. Il materasso di lana spogliato delle sue lenzuola, dei suoi cuscini, delle sue federe, portava ancora la forma del tuo corpo e mi fece grande impressione pensare che sino al giorno precedente, tu eri ancora lì, in quel rettangolo di lana cardata.
Scappai via da quella stanza e mi rifugiai nello studio. Anche lì c’erano i segni della tua malattia ma i tuoi libri mi davano forza e mi riportavano alle nostre letture, ai commenti fatti assieme su di una poesia.

La nonna entrò nella camera da letto dove si aspettava di vedermi, io la sentii e la chiamai, dicendole che avrebbe pensato lei a sistemare la tua camera, io avrei preferito occuparmi della cucina, dove avevamo consumato i nostri sempre festosi pasti.

Fu in quel preciso istane, nonno, che fui attraversata da un brivido gelido che dal collo scese sino alla pianta dei piedi.

Era un freddo, quello che stavo percependo nella tua cucina, che saliva dall’anima, nonno, era quella sensazione di una vita a te cara che ti è tolta e che sembra scivolarti via, dalle braccia, dalle gambe e ti lascia lì, quasi immobilizzata, attonita, senza la capacità di comprendere appieno quello che si sta realmente compiendo.

Rinunciare a te ha significato rinunciare ad un rapporto speciale come è stato il nostro: mi hai trattato da adulta quando ero poco più che una bambina, hai avuto attenzioni per me, da grande, che gli altri nonni riservavano alle nipotine in tenera età. I ruoli, però, con il passar degli anni, si erano ribaltati. Da piccola ero io ad aspettarti affacciata al balcone per vedere se arrivavi dalla caserma, in sella alla tua bicicletta nera e mi preoccupavo se alle 14 e 31 ancora non ti vedevo svoltare l’angolo e scendere giù per la discesa che ti avrebbe condotto a casa, da adulta, invece, eri tu ad aspettarmi in veranda e a preoccuparti se non mi vedevi arrivare all’ora precisa per il rientro.

Così è la vita, dunque, un rincorrersi di tempi non coincidenti, di esigenze uguali e contrarie, di forze che si attirano ma che si contrappongono le une alle altre.

68° Puntata del Romanzo “Arri Arri Cavalluccio” di Alessandra Fiorilli

Dal soggiorno della casa al piano superiore, dove mi ero stesa un po’ sul divano in modo da regalare a quella stanchezza pesante, una via per farla defluire, potevo sentire la lavatrice in funzione, al piano inferiore. L’aveva caricata la nonna, con le tue lenzuola, le tue federe, il tuo pigiama: lei scelse di conservare tutto di te, anche gli abiti da malato, anche i vestiti intrisi di dolore e di sofferenza.

La centrifuga andava, andava… poi il bucato fu pronto per essere steso in giardino, su quei fili che correvano lungo tutta la lunghezza della casa e del viale mattonato, la nonna li aveva messi ad asciugare sempre lì, le piaceva abbassare ad alzare i fili aiutandosi con quei sostegni di ferro che andavano su e giù, adorava sporgersi dalla finestre, afferrare i panni e controllare se erano asciutti, se poteva ritirarli. Quando c’era vento, poi, quei panni stesi sembravano bambini felici che si rincorrevano: quante volte sei uscito in giardino, nonno per rimettevi al loro posto, dispiegando bene quelle lenzuola o quegli asciugamani che sembravano essersi abbracciati gli uni agli altri.

Ecco cosa rimaneva della tua lunga degenza nel letto, della tua malattia, delle tue sofferenze, del nostro dolore, del nostro sentimento di impotenza, delle nostre lacrime, della nostra tristezza: dei panni stesi, destinati, una volta ritirati, ad essere stirati, per poi scomparire nei cassetti del comò, sul lato destro che era quello destinato a te, e che nessuno, da quel giorno, avrebbe aperto più.

Quando affacciandomi dalla finestra della mia stanza al piano superiore, li notai su quei fili, nonno, sentii forte il bisogno di scendere in giardino.

Passai in rassegna tutti i tuoi panni, li accarezzai uno ad uno e per ciascuno ebbi un pensiero ed un ringraziamento: grazie alle lenzuola che ti erano scivolate sul corpo tanti anni, leggiadramente, come solo quelle di lino sanno fare, grazie a quelle federe che avevano reso sereni i sonni e belli i risvegli, grazie al tuo pigiama che avevi la gioia di sfilartelo seduto sul letto tutte le mattine, grazie a quelle magliette di cotone che ti avevano protetto dal caldo e dal sudore, mentre facevi i lavori in giardino e nell’orto. Grazie, grazie a tutte quelle cose, a tutti quegli oggetti che ti avevano reso bella la vita, felici le giornate, serene le notti.

67° Puntata del Romanzo “Arri Arri Cavalluccio” di Alessandra Fiorilli

Sembrava già essere un’altra vita quella che stavo vivendo in quelle prime ore con la tua assenza che pesava come un macigno e tutto appariva così lontano e sbiadito senza di te, nonno.

Nulla sembrava poter consolarmi quel giorno che sarebbe stato segnato nei registri dello stato civile e sulla tua bara lucida. Una data qualsiasi per gli altri, per gli impiegati del comune e dei vari uffici che avrebbero poi chiesto a noi quando eri nato e quando eri morto.

Era solo questo per tutti gli altri, il 3 luglio 2001, mentre il dolore di quelle prime ore vissute nella tua assenza, fu solo il nostro. La gente che ti aveva conosciuto, cominciò mestamente ad arrivare e ancor più mestamente usciva da quella casa. Io, invece, non venni da te, nonno, non entrai nella tua camera da letto al mattino, appena l’infermiera ti ebbe vestito, non entrai di pomeriggio, quando appena cominciò il mesto sfilare di volti conosciuti e familiari, non entrai di sera, quando dalle imposte della mia finestra si poteva vedere il chiarore di quella luce che nella tua stanza rimase accesa per tutta la notte.

Non riuscii, durante l’intera giornata del 3 luglio, nemmeno ad affacciarmi dalla finestra della cucina e vedere quelle imposte ora chiuse, ora socchiuse: non potevo sopportare l’idea di te disteso sul letto, il corpo immobile, le mani incrociate all’altezza del petto, le gambe distese con ai piedi le tue scarpe lucide che ormai non indossavi più da mesi, il tuo abito elegante divenuto troppo grande, il tuo volto rasato perché qualcuno, dato che non avrebbe più incontrato la tua opposizione netta ed il tuo rifiuto a farti radere, aveva preso la schiuma da barba, un’anonima lametta, facendola scorrere lentamente sul tuo viso dagli occhi ormai chiusi.

Non mi fu possibile nemmeno transitare sotto la tua finestra, tanto che una volta scesa in giardino ed arrivata sino all’albero di limone tornavo indietro, ripercorrendo la stessa strada, ma in senso contrario, proprio per evitare di passare sotto quelle persiane che tante volte, dall’alto, ti avevo visto afferrare con le tue mani e tirarle verso di te per chiuderle. Intanto la notte stava per arrivare… l’ultima notte che avresti trascorso nella tua amata casa.

66° Puntata del Romanzo “Arri Arri Cavalluccio” di Alessandra Fiorilli

Tutto inutile…le lotte, le battaglie, gli sforzi, le speranze, le lacrime.

Ci lasciasti il mattino del 3 luglio, nonno.

Fu allora, infatti, che l’infermiera constatò il tuo decesso, dopo che tu non rispondesti più al suo chiamarti. La mamma ed io eravamo in cucina, le finestre della tua camera da letto erano aperte, così come quella della stanza dove stavamo facendo colazione… potemmo solo sentire mentre stavamo bevendo il tè: “Pasquale, Pasquale, Pasquale!”.

E poi, subito dopo: “Anna, Anna corri subito qui”. L’infermiera salì, poi, nel nostro appartamento e con il fiato corto e gli occhi gonfi di lacrime che non volevano saperne di scendere giù e di lambire gli angoli della bocca, ci disse che non rispondevi più, che eri morto. Aspettò tanto a pronunciare quella parole, quasi fosse un sacrilegio, quasi nella speranza che se non le avesse dette quella parole, tu avresti potuto miracolosamente riprenderti la tua vita.

Ma non era così.

La mamma cominciò a piangere. Non lo aveva mai fatto in quel modo così plateale, davanti alle sue figlie, ma era disarmata ormai, suo padre non sarebbe stato più vicino a lei, pronto sempre a consigliarla per il meglio, ad incoraggiarla come quei giorni prima della mia nascita, quando lei, primipara, era piena di interrogativi e di paure e tu la tranquillizzasti con il solo gesto di accarezzarle il pancione. La mamma continuò a piangere ininterrottamente, pianse quando l’infermiera l’abbracciò, quando i parenti tentarono di consolarla, quando la nonna cercò da noi una parola di conforto. Pianse tutto il giorno e tutta la notte, e poi il giorno del tuo funerale ed il pomeriggio successivo, pianse la sera nella quale eri già al cimitero e il mattino dopo, continuò a piangere anche quando tutti gli altri attorno avevano smesso di farlo.

L’infermiera, dopo averci comunicato quella notizia che tutti temevamo di ricevere, pur nella certezza della sua ineluttabilità ed inevitabilità, si congedò da noi, mi chiamò proprio sull’uscio di casa e mi chiese se volevamo che ci pensasse lei a privarti di quegli abiti da malato e ad abbigliarti con il tuo vestito più bello. Feci convulsamente di sì con la testa, ma proprio non riuscii a pensare a te come ad un corpo privo di vita disteso sul letto, nonno, così come mi sembrava impossibile immaginare che uno dei tuoi tanti abiti non ti sarebbe servito per uscire con la nonna, ma l’avresti usato per uscire da questo mondo, per sempre.

65° Puntata del Romanzo “Arri Arri Cavalluccio” di Alessandra Fiorilli

Il pomeriggio del venerdì, vennero a trovarti, per quella che sarebbe stata l’ultima volta, i prozii, i quali annunciarono il loro arrivo sotto casa con i due colpi di clacson, come erano soliti fare.

La nonna non era affacciata al balcone e già questa sua assenza alla ringhiera li insospettì. Nessuno si precipitò ad aprirli, tanto che si videro costretti a suonare il campanello, perché nessuno li stava aspettando in veranda o sul balcone in ferro battuto. Serrati ciascuno nel proprio dolore, ognuno si era sistemato nella stanze dove lo stesso dolore poteva trovare un po’ di sollievo: io ero nello studio, seduta dietro la scrivania ma non al tuo posto, nonno, quello che dava le spalle al muro e si rivolgeva alla libreria con i vetri molati, ma a quello che era stato sempre il mio, mi sembrava un sacrilegio utilizzare la tua sedia con i morbidi cuscini. La mamma camminava nervosamente avanti ed indietro lungo l’ampio corridoio con i marmi rossi, la nonna invece era seduta vicino a te e stringeva tra le sua mani un rosario.

Gli zii stavano attendendo che qualcuno aprisse loro il cancello: lo feci io, asciugandomi gli occhi umidi di lacrime. Loro avevano saputo del tuo ricovero ma non avrebbero mai immaginato di trovarti in quelle condizioni. Tu dormivi e non ti vollero disturbare, si accomodarono in cucina dove anche la nonna si era recata per preparare il caffè. Avrebbero aspettato che tu ti svegliassi per incontrarti, allora in attesa di ciò, parlammo così, di cose leggere, futili, del tempo, dell’estate, dei figli, dei nipoti in tenera età.

Poi la tua voce giunse a rompere quel silenzio di parole vuote, quel rumore di voci mute, allora ci alzammo tutti dal tavolo e ti annunciammo il loro arrivo. Fecero timidamente capolino con la testa ed entrambi non poterono fare a mano di portarsi le mani sul viso e di rimanere attoniti, senza nulla da dire. Poi si fecero coraggio, presero ciascuno le sedie di velluto nocciola sistemate ai lati del letto e cominciarono a parlare con te.

Tu ascoltavi i loro discorsi, i loro incoraggiamenti, e al termine del breve incontro ti limitasti solo a dire: “ Ero in prigione quando stavo in ospedale ma adesso sto a casa, nella mia casa, la vedete anche voi quante è bella questa casa?”. Era bella, nonno, ma non in quel momento di commiato, quando tutto sembrava essere diventato così piccolo ed inutile, tutto era ridimensionato da quell’accadimento che aspettavamo con paura da un momento all’altro: la tua morte.

Anche loro piansero quel pomeriggio di venerdì, ma si celarono al tuo sguardo, piansero dopo averti baciato sulla fronte mentre ti dissero: “ Ciao, Pasquale”. Uscirono dalla tua camera da letto, ci strinsero a loro e fu in quel preciso istante che le lacrime, a lungo trattenute, inondarono i nostri visi, annegarono le nostre speranze. Poi gli zii andarono via e si sistemarono nella loro auto, la stessa dove tanto tante volte eri salito con la nonna per andare a fare una passeggiata nella cittadina limitrofa, lungo le riviere ed il porto. La macchina si allontanò lentamente e solo quando girò l’angolo mi sembrò di rivedere, come in flash-back, tutti gli istanti più belli e preziosi della nostra vita assieme, nonno.

64° Puntata del Romanzo “Arri Arri Cavalluccio” di Alessandra Fiorilli

Si fece di tutto in quei ultimi cinque giorni trascorsi a casa per farti sentire bene, pulito, a posto, come amavi sentirti tu, nonno. Ma non era la stessa cosa, non fu la stessa cosa, non sarebbe stata mai più la stessa cosa.

Disteso su quel letto che trasudava dolore e presagi di morte, ti passarono davanti agli occhi tutti quei gesti quotidiani che non facesti mai per consuetudine stanca, ma sempre animati dall’amore e dalla passione per la vita.

Semplici gesti, quasi al limite dello scontato o dell’obbligatorio, come il cambio settimanale delle lenzuola, il ritirare i panni appesi sui fili fuori il giardino che quasi lambivano i lunghi rami del petto d’angelo, lo sciacquarti il viso con tanta acqua fredda, il lavarti i denti con il tuo solito dentifricio alla menta, erano stati ripetuti per anni, per decenni, eppure ogni attimo l’avevi assaporato come fosse prezioso ed irripetibile.

Mi dicevi spesso che una stessa azione che si compie ogni giorno muta il proprio significato e aspetto a seconda dei nostri stati d’animo.

Un pomeriggio d’inverno, con le gocce di pioggia che terminavano la loro corsa sul vetro della finestra dello studio, mi facesti riflettere su una cosa: quando si è in convalescenza, la brezza pomeridiana che tanto ci piace, che ci accarezza i capelli e ci sfiora il viso, non è poi così piacevole come quando godiamo di perfetta salute, anche il semplice posizionare le mani sotto l’acqua corrente ci procura un leggero senso di fastidio se si ha qualche linea di febbre.

Qual era, dunque il segreto della vita, se non quello di assaporare ogni attimo e soprattutto di non dare mai nulla per scontato? Detto così, con parole semplici e ripetute da molti, può passare per un’osservazione banale, ma solo chi ha tentato di mettere in pratica questi insegnamenti di vita può comprendere come, al di là di un apparente aspetto scontato, si cela una grande verità, che poi è la verità che accomuna tutti gli esseri viventi: siamo passeggeri su di un treno la cui corsa nessuno sa quando terminerà, ma non per questo non si gode dello splendido paesaggio che si vede scorrere fuori dal finestrino: dei tramonti come delle albe, dei torrenti tumultuosi come di una distesa placida e verdissima di fiori colorati.

63° Puntata del Romanzo “Arri Arri Cavalluccio” di Alessandra Fiorilli

Intanto erano iniziate le giornate nelle quelli l’infermiera avrebbe avuto cura di te, facendo quei gesti, quei medicamenti che noi non eravamo capaci di compiere con le dovute cautele e le necessarie accortezze. La vena del tuo braccio sinistro ospitava già un ago sottilissimo, la flebo scivolava nel tuo corpo lentamente, goccia a goccia, e mi sembrò, assistendo a quella scena che avevo già visto in ospedale, di annegare dentro quella soluzione cristallina, di scomparire, come quel contenuto liquido medicamentoso. ù

Anche le mie giornate stavano scivolando via lentamente ed inesorabilmente verso la tua fine, e mi sembrò di svenire. L’infermiera dovette accorgersi del mio stato, tanto che mi invitò a sedermi in cucina per sorseggiare un po’ di acqua e zucchero. Ma non riuscii a berla, quel sapore dolciastro mi nauseò, ma il motivo di ciò non era in quella bevanda zuccherina ma in quell’aria greve che si stava respirando il mattino del 29 giugno 2001, nella bella casa del Cavaliere.

Le finestre erano aperte ma nemmeno il vento sembrava voler più entrare in quella camera da letto. Di solito la brezza estiva amava far capolino nella camera con i marmi rosa per far vibrare le tende di lino e per passare poi sul letto appena fatto, sulla coperta bordeaux con le frange blu, ma quel mattino anche il vento sembrò rifuggire da quella scena, anche lui sembrò incapace di accettare che saresti morto, che non ci saresti stato più in quella casa impreziosita dai quadri che avevi scelto personalmente, dai mobili lucidi, dalla vecchia radio, dai tuoi libri esposti nello studio, dalla tua presenza, dalla tua figura, dalla tua voce che ricordo ancora così chiaramente, nonno.

Io ero ancora in cucina, laddove la mia incapacità di accettare l’ineluttabile mi aveva confinata, tenevo in mano quel bicchiere di vetro infrangibile dalla forma allungata, la nonna entrava ed usciva in continuazione, sembrava una trottola impazzita. Dalla tua camera da letto l’unica voce che arrivava chiaramente in tutta casa era quella dell’infermiera che chiedeva asciugamani puliti, bacinelle colme d’acqua tiepida, spugne morbide, salviettine profumate, lenzuola candide.

62° Puntata del Romanzo “Arri Arri Cavalluccio” di Alessandra Fiorilli

E fu così che la nonna andò avanti per l’intero pomeriggio a tagliuzzare le melanzane, ad affettare la mozzarella per preparare la sua famosa parmigiana. Ricordi, nonno, il ferragosto trascorso sempre insieme, attorno al grande tavolo della cucina?

Noi eravamo in pantaloncini e magliette e tu sempre impeccabile, con i pantaloni lunghi, la camicia di lino chiara a mezze maniche ed i sandali di cuoio intrecciato ai piedi… quante volte ho invidiato la tua eleganza nel vestire anche tra le quattro mura domestiche, il tuo bon-ton perfetto a tavola, anche se eravamo tra di noi! Il ferragosto rappresentava la cornicetta che ciascuno di noi pitturava attorno all’estate, era una sorta di consuntivo e di resoconto dei mesi caldi che stavano per lasciarci. Sino a quando siamo stati tutti insieme, le nostre estati sono state sempre delle bellissime ed indimenticabili, con le lunghe nuotate, con il portabagagli della tua adorata macchina carico di secchielli di plastica, formine, carriole, rastrelli, palette, salvagente e braccioli, con gli onomastici festeggiati sino a notte tarda in veranda, con la bisnonna che rallegrava le nostre giornate, con i frutti della tua campagna, con gli zii che venivano ogni sabato da noi, ma anche con il desiderio fortissimo di avventurarci dentro un altro inverno, con il camino da accendere, il Natale con tante portate, la Pasqua con la benedizione prima del pranzo, con me che speravo sempre ci fosse il posto a sedere a tuo fianco, alla tua destra.

Quell’estate del 2001, invece, si sarebbe conclusa senza di te, di lì a qualche giorno avremmo dovuto salutarti per sempre, tu non ci saresti stato più per noi, non avresti più riempito le nostre giornate con i tuoi sorrisi, i tuoi consigli, non ci sarebbe stata più la consapevolezza che qualsiasi ostacolo che avremmo potuto incontrate, tu saresti riuscito, con il tuo acume e la tua intelligenza, a farcelo superare. L’aveva capito bene la nonna, ecco perché stava affogando il suo immenso dolore tra quelle melanzane, in quel sugo denso, in quella mozzarella che appena tagliata faceva fuoriuscire dal prezioso involucro tanto buon latte. Continuò per tutto il pomeriggio a preparare una cena degna di un re che però, alle otto di sera, non l’avrebbe consumata nessuno, né lei, avvilita e prostrata, né noi, ammutolite, annichilite da un dolore che già allora ci stava sommergendo. Quella famosa parmigiana della nonna, quella compattezza unita alla morbidezza inimitabile degli strati, tutto, proprio tutto sarebbe rimasto lì nel forno, coperto da un foglio di carta d’alluminio, aspettando inutilmente che qualcuno lo aprisse per prelevare quella delizia e portarla in tavola, attorno alla quale, quella sera, non si sedette nessuno.

61° Puntata del Romanzo “Arri Arri Cavalluccio” di Alessandra Fiorilli

Dopo aver pronunciato con grande difficoltà quelle poche parole, cariche però di un profondo significato, tu mi chiedesti se potevo massaggiarti un po’ le gambe e le ginocchia, perché ti dolevano molto. Al primo contatto che ebbi con le tue gambe, mi venne spontaneo ritrarre la mia mano, poi però la poggiai subito nuovamente su di te, perché non avrei più dovuto o potuto sfuggire davanti al dolore e alla tua malattia.

Allora cominciai a far scorrere dolcemente, attenta a non far nessuna pressione, la mia mano destra sulla tua gamba e fu così che provasti sollievo per quello che non fu un massaggio, ma solo una carezza. Era da poco passata l’ora di pranzo, l’orologio segnava le due e mezza, l’ora nel quale per tanti anni rincasavi trionfante e sorridente con la tua divisa. Fu estremamente doloroso per me riconoscerti in quella tua debolezza, in quel tuo dolore ma eri tu: il mio forte, coraggioso e saggio nonno.

Poi arrivò il medico: ti visitò e quando uscì dalla tua camera aveva gli occhi abbassati in terra, quasi a voler sfuggire i nostri sguardi smarriti che andavano alla disperata ricerca di una parola di conforto, di una rassicurazione che, però, non arrivò.

Fummo costretti ad ascoltare parole pesantissime, ad assistere impotenti ad una sentenza inappellabile: era certo, ormai, dato il tuo quadro clinico, che di lì a qualche giorno saresti morto.

Ecco, tutte le mie speranze, il mio desiderio di vedere miglioramenti anche dove oggettivamente non ve ne erano, la mia tenacia nel volerti trattenere con me, la mia incapacità nell’accettare l’inevitabile, tutto, ma proprio tutto era lì, davanti a me, era davanti ai miei occhi e stava lentamente crollando… non potevo fare altro che farmi forza.

Nessuno parlò dopo il medico, né io, inebetita dal dolore lancinante che mi spezzava il respiro, né la mamma, né la nonna che fu talmente colpita da quelle parole che non riuscì nemmeno a dar sfogo alla sua disperazione ed andò in cucina a preparare la cena. Dopo aver accompagnato il medico sin fuori casa, rientrai dalla nonna: era tranquilla, sembrava quasi non avesse compreso pienamente la gravità di quelle parole. Infatti quando si girò verso di me, disse che non saresti morto, che non avresti mai potuto abbandonarci.

Fu apparentemente incomprensibile la sua reazione, sembrava non rispondere a nessuna logica, poi riflettei a lungo su quanto stava accadendo e pensai di aver trovato la risposta ad un quesito così pesante: sino a quando c’era stata una flebile speranza di guarigione, lei aveva permesso al dolore di andare via, di farsi lavare dalle lacrime, poi però quando non si poteva più sperare, tutta la disperazione aveva indossato la maschera della tranquillità e dell’apparente serenità, perché il dolore della nonna era talmente grande in quel momento che non sarebbero bastati anni di lacrime a trascinar con sé il profondo senso di smarrimento che stava prendendo il sopravvento su di lei. Lei, così fortemente dipendente da te, lei, che dopo 50 anni di matrimonio lavava ancora a mano i tuoi indumenti, lei che ti serviva sempre per primo anche se a tavola c’era l’ospite di riguardo, lei che sapeva, allungando la mano di notte, di trovare la tua, grande, forte, lei che da sola non avrebbe neanche più apparecchiato la tavola né cucinato perché tutto il senso della sua vita era condensato in te, in te che ci stavi per lasciare.