Pietro Fusella ci racconta la singolare storia del Chiaja Hotel de Charme a Napoli  immerso in un’aria di antica nobiltà e di “donnine allegre” del secolo scorso.

 

 

Napoli è così: sospesa, come lei sa fare, tra “sacro” e profano” e questa fusione tra due facce della stessa medaglia, è visibile ovunque poggi lo sguardo. E così, in uno dei tanti vicoli, puoi trovare la statua della Madonnina, oggetto di devozione “sacra”, gelosamente custodita in un’edicola ornata di fiori,  e poi, qualche metro più in là, decine e decine di persone con i numeri da giocare, per la devozione “profana” che il popolo di Napoli ha per il lotto. E poi c’è il “sacro” rito del pranzo domenicale, con il famoso “rrau’ ch’adda ppippià”, e il “profano” strett-food che coinvolge tutti: bambini, adolescenti, giovani, anziani…perché mangiare in strada il famoso “cuopp” di terra o di mare, la pizza a portafoglio, la sfogliatella, non è placare lo stomaco, ma fare un regalo all’ anima.

E poi, ancora, c’è il “sacro” delle vie dello shopping  elegante e della movida, e il “profano” dei “vasci” nei Quartieri Spagnoli…

In questa perfetta mistura s’inserisce anche la storia singolare del “Chiaja Hotel de Charme”, situato nell’omonima via di Napoli. E così, in un “sacro” palazzo nobiliare del 1700, il palazzo Giroux, l’intero primo piano ha visto fondersi un appartamento appartenuto al Marchese  Lecaldano  Sasso la Terza con il “profano” di una ex casa di tolleranza chiusa con la legge Merlin. Ma entriamo insieme in questo stabile: ad accoglierci c’è un maestoso portone che, di sera, viene chiuso e il cui accesso è consentito da una porticina ricavata all’interno  del portone stesso. Nel cortile d’ingresso c’è ancora il portinaio nella sua stanzetta e,  dopo essere saliti sulla scala in stile vanvitelliano, si accede nell’ albergo, nato nel 2001 proprio da una commistione, appunto, di “sacro” e di “profano”.

Pietro Fusella, Direttore del Chiaja Hotel de Charme, e il suo avo nel dipinto che si trova nella Sala d’ingresso della struttura (foto per gentile concessione di Pietro Fusella)
Il ritratto del Marchese Lecaldano Sasso La Terza  nell’ingresso dell’appartamento nobiliare (per gentile concessione di Pietro Fusella, archivio Gallery dell’Hotel)

Gli ospiti di quest’albergo possono, così, trovarsi immersi in due atmosfere completamente diverse tra loro ma che i proprietari hanno saputo fondere. Alcune camere si trovano, infatti, nell’antica Casa Lecaldano Sasso la Terza, che fu abitata tra la fine del 1800 e l’inizio del 1900 proprio dal Marchese Nicola, altre, invece, sono ubicate nello storico “Casino di Salita S. Anna di Palazzo”, chiuso nel 1958 dalla legge Merlin. Come è avvenuta questa fusione tra il “sacro” e “profano”, ce lo svela direttamente Pietro Fusella, pronipote del Marchese Lecaldano, nonché Direttore del Chiaja Hotel de Charme. Era l’anno 2001 e Napoli non viveva un momento felice e non si presentava come oggi, con la grande area pedonale di via Chiaia  e  via Toledo. C’era, inoltre, una crisi degli alloggi e la proprietà immobiliare  della nostra famiglia si stava degradando, così venne l’idea di procedere ad una ristrutturazione e di adibire l’appartamento al primo piano di palazzo Giroux ad uso ufficio, ma io proposi di farne un albergo, in un momento dove le strutture recettive di Napoli si trovavano solo sul lungomare Caracciolo e nei pressi della stazione ferroviaria. La ristrutturazione non riguardò solo l’appartamento, ma anche quei mobili e quelle suppellettili che sono attualmente ospitate nell’ingresso con il camino e nelle varie stanze. In tutto furono ricavate 14 camere: il nostro albergo era una vera bomboniera: piccolo e molto curato negli ambienti e con l’atmosfera di una casa nobiliare di fine 1800. Le cose andarono talmente bene che, dopo appena un anno di attività, decidemmo di ingrandire la struttura, acquistando un appartamento adiacente al nostro, che ci avrebbe consentito di occupare l’intero primo piano di Palazzo Giroux.  Solo quando entrammo ci accorgemmo che si trattava, in realtà, di una casa di tolleranza chiusa dalla legge Merlin del 1958, il cui ingresso non era su via Chaia, ma sulla traversa accanto, strategicamente posta nel vicolo Sant’Anna di Palazzo. Così come avevamo fatto per l’appartamento del nostro avo, procedemmo alla ristrutturazione, puntando su tappezzerie dai colori carichi, mantenendo intatta la bellissima vetrata liberty, lasciando altresì, in bella vista, il tariffario dell’epoca.

Un particolare dell’antico camino (per gentile concessione di Pietro Fusella, archivio Gallery dell’Hotel)
…e dell’ingresso(per gentile concessione di Pietro Fusella, archivio Gallery dell’Hotel)

 

La vetrata in stile liberty nell’ala della  casa di tolleranza chiusa dalla legge Merlin del 1958, poi incorporata negli anni 2000 dall’albergo (per gentile concessione di Pietro Fusella, archivio Gallery dell’Hotel)

Chiedo a Pietro Fusella in che modo fu accolta questa fusione: “Con grande e vivo interesse, nonché con curiosità. Alcune  signore  emiliane, ad esempio,  ci chiedono, espressamente, al momento della prenotazione della stanza, che la stessa sia ubicata nell’ex casa di tolleranza. Moltissimi sono incuriositi dai vecchi oggetti originali esposti nel corridoio. Resistenza fiera solo da una coppia di giovani francesi che,  trovatisi di fronte a questa novità, si rifiutarono categoricamente di soggiornare in una di quelle stanze e chiesero, quindi, di essere trasferiti nella parte della casa del Marchese Lecaldano”.  Oltre a questa inusuale commistione, un’altra particolarità del Chiaja Hotel de Charme è che ogni stanza ha un nome proprio: nell’appartamento del Marchese ci sono, tra le altre,  la stanza “e don Nicola”, la stanza “e Zi Checchina”,  mentre nel vecchio casino, si trova quella intitolata a Anastasia ‘a Friulana, Mimì do’ Vesuvio, Dorina da Sorrento.  Questa struttura alberghiera al centro di Napoli è strettamente legata anche alla vita culturale della città, come ci dice il Direttore Pietro Fusella: “Un giorno di tanti ani fa, in una Napoli che ancora sonnecchiava, incontrai un amico, al quale chiesi: “Che vogliamo fare?”.  E così nacque l’idea di organizzare, nel mio albergo,  qualche incontro di poesia. Da allora non è mai venuto meno l’interesse per questa che è diventata una manifestazione patrocinata dal Comune di Napoli. Quest’anno abbiamo festeggiato i 10 anni di “Poetè”, questo il nome dell’evento, e da novembre ad aprile abbiamo un fitto calendario di eventi, tanto che alcune sere sono previste le presentazioni di due libri”.

Napoli è così: piena di storie da raccontare…

 

Alessandra Fiorilli

 

 

La Menopausa: fattori genetici, fattori ambientali, sintomi menopausali e terapia ormonale sostitutiva. Ne parliamo con la Ginecologa Francesca Sagnella.

 

Una tappa fisiologica di ogni donna, un passaggio dalla vita fertile a quella nonfertile, un momento che, superata la quarantina, sembra attenderci dietro l’angolo, con tutto il suo carico, non solo di cambiamenti del corpo e dell’umore, ma anche di profonda valenza psicologica. Per menopausa -dichiara la Dottoressa Francesca Sagnella, Specialista in Ginecologia e Ostetricia, Dottore di Ricerca in Fisiopatologia della Riproduzione Umana- s’intende la fine del ciclo mestruale e dell’attività ormonale ovarica. L’età media in cui le donne italiane entrano in questa fase è intorno ai 50 anni, infatti la menopausa fisiologica copre un arco che va dai 45 ai 55 anni. Quando una donna entra in questa fase prima dei 40 anni, parliamo di menopausa precoce; se accade tra i 40 e i 45 anni parliamo di menopausa prematura”.

La Dottoressa Francesca Sagnella, Specialista in Ginecologia ed Ostetricia, Dottore di Ricerca in Fisiopatologia della Riproduzione Umana.

 

Pertanto, in considerazione dell’aumento progressivo dell’età media alla quale arriva il primo figlio, sarebbe opportuno per le donne conoscere, anche se in maniera approssimativa, l’età in cui potrebbe terminare il periodo di fertilità:L’instaurarsi della menopausa è legato a fattori genetici: ogni donna dovrebbe chiedere alla mamma e alla nonna l’età alla quale sono entrate in menopausa, essendoci una forte familiarità. L’entrata in menopausa può inoltre essere influenzata da fattori ambientali, terapie chirurgiche (interventi sulle ovaie), farmacologiche (chemioterapie) o fisiche (radioterapia), ma anche dallo stile di vita e dalle cattive abitudini. Sappiamo infatti che le donne fumatrici possono entrare in menopausa due anni prima delle non fumatrici”.

Si può anche avere un’indicazione massima sulla propria riserva ovarica e quindi, indirettamente, sull’età in cui arriverà la menopausa, sottoponendosi a dei semplici esami clinici: Per conoscere la propria riserva ovarica, esistono dei parametri ormonali quali il dosaggio dell’FSH, da fare al terzo giorno del ciclo e l’ormone antimullierano, da associare alla conta dei follicoli antrali che si esegue mediante un’ecografia transvaginale la quale consente di contare i piccoli follicoli ancora presenti nelle ovaie”.  Ogni giovane donna potrebbe, quindi, con degli esami non invasivi, individuare il periodo della vita nel quale è possibile pensare ad una gravidanza, salvo ovviamente altre problematiche non inerenti alla riserva ovarica: “Purtroppo in questo campo c’è poca informazione -dichiara la Dottoressa Sagnella- dovremmo consigliare alle giovani donne di informarsi circa la propria predisposizione genetica alla menopausa precoce, anche perché è importante sapere che la qualità e il numero degli ovociti cominciano a ridursi sensibilmente già 10 anni prima della menopausa; chi andrà in menopausa a 40-45 anni, pertanto, sarà già molto meno fertile a 30-35 anni, rispetto a donne coetanee che andranno in menopausa a 50 anni”.

La menopausa generalmente non arriva senza segnali, i più rilevanti sono: Irregolarità del ciclo, che può essere più ravvicinato ed abbondante, comparsa di tachicardia, aumento di peso (tra i 4 e i 5 chili), perdita dei capelli, secchezza della pelle e delle mucose, disturbi del sonno e dolori articolari, che interessano 1 donna su 4”.

Tra le conseguenze di cui si parla molto e che è un vero spauracchio, c’èl’osteoporosi, ossia la perdita di massa ossea causata dal crollo degli ormoni (estrogeni). Di fronte a questo quadro, abbiamo delle armi vincenti: Svolgere regolarmente attività fisica , seguire una corretta alimentazione e integrarla con calcio e vitamina D, non fumare e, quando possibile, instaurare una terapia ormonale sostitutiva. Ovviamente, in casi di osteoporosi severa, sono disponibili molti farmaci che possono ridurre molto il rischio di fratture ossee. E’ importante sapere, infatti, che il 40% delle donne dopo la menopausa subisce una frattura.

Tra i sintomi ben noti della menopausa ricordiamo anche la secchezza vaginale e il calo del desiderio e le “famose” vampate: “In molti dei sintomi menopausali è coinvolto l’ipotalamo, una regione del cervello molto sensibile ai livelli di estrogeni che, tra le varie funzioni, regola la fame, il caldo-freddo e l’umore. Non a caso molte donne, in questa fase della vita, possono soffrire di alterazioni del tono dell’umore, fino alla depressione”.

L’età media delle donne è aumentata quindi, anche una volta andate in menopausa, gli anni davanti sono ancora molti, “La medicina ha pensato bene di migliorare la qualità della vita attraverso terapie molto personalizzate. C’è da considerare, infatti, che la menopausa non è solo la fine del periodo fertile, ma anche di una diminuzione drastica degli estrogeni che proteggono dalle malattie cardiovascolari. Non è un caso che in menopausa il colesterolo, i trigliceridi e la glicemia tendono ad aumentare. E qui la terapia ormonale offre un grande aiuto, proprio quella che da anni è stata demonizzata, specie a seguito di studi scientifici condotti negli Stati Uniti d’America, su donne sottoposte a terapia ormonale sostitutiva ma non ben selezionate. Questi studi avevano infatti coinvolto donne obese, in menopausa da 10 anni, e comunque non donne sane. I risultati a cui sono pervenuti sono stati, quindi, fuorvianti. E’ di fondamentale importanza, infatti, la selezione delle pazienti candidate alla terapia ormonale: un attento esame clinico, con la precisa valutazione dei sintomi, dei fattori di rischio che possono emergere dalla storia della paziente e dagli esami di laboratorio, consentono allo specialista di valutare il rapporto rischio/beneficio”.  Chiedo alla Dottoressa Sagnella se tutte le donne possono sottoporsi a tale terapia :” E’ da escludere, ad esempio, in donne che hanno avuto un tumore all’ovaio, al seno, o che sono state colpite da ictus, tromboflebiti o soffrono di malattie autoimmuni come il lupus. Donne sintomatiche che non presentano fattori di rischio possono, invece, trarre enorme beneficio dalla terapia ormonale, purché  iniziata entro i 5 anni dall’entrata in menopausa. Purtroppo, a causa di una propaganda negativa ed allarmistica, sono ancora pochissime le donne in Italia che godono dei benefici di questo trattamento farmacologico (circa il 4%, contro il 51% in altri Paesi europei). Concludendo, possiamo dire che oggi non è più necessario sopportare i disturbi menopausali. Con l’aiuto del medico è infatti quasi sempre possibile trovare la giusta strategia per alleviare i sintomi e vivere meglio una nuova fase della vita.”

Alessandra Fiorilli

Il coinvolgente Maestro Giorgio Rivari ci parla della sua disciplina: la Human Dance Tecnique  

Uno di quegli incontri casuali in una splendida giornata autunnale dal sapore estivo…e mentre mi sto incamminando verso i vicoli del delizioso borgo, una musica mi  rapisce e mi spinge sin nella piazza dove è allestito un piccolo palco. E su questo palco, una figura al tempo stessa eterea ma forte, sta facendo la sua performance. Lui è energia pura, passione per la danza, lui ti coinvolge, ti rapisce, ti ipnotizza. Indossa una baschetto bianco alla francese, che, come svelerà lo stesso Maestro nel corso dell’intervista:” Ho riconosciuto, un giorno, come una parte di me, qualcosa che mi apparteneva da sempre”. 

Il Maestro Giorgio Rivari, con il suo inseparabile baschetto alla francese (Foto per gentile concessione di Giorgio Rivari)

 

Lui è il Maestro Giorgio Rivari, al quale, terminata la performance dimostrativa, mi sono avvicinata per conoscerlo, perché il mio fiuto da giornalista mi suggeriva che lui aveva qualcosa di bello da raccontare.

E di ciò ho avuto conferma durante l’intervista che gentilmente mi ha concesso.

Muggia, un piccolo centro a 12 chilometri da Trieste: è qui che nasce Giorgio Rivari nel 1960.

“All’età di 6-7 anni,  papà mi iscrive ad una squadra di calcio, ma io ero  gracile: la parola  “malaticcio” rende bene l’idea. I medici parlavano di una TBC ossea…avevo spesso le gambe ingessate, entravo ed uscivo dagli ospedali, dove non mi opponevo mai alle cure dolorose che mi attendevano perché più forte di tutte era la speranza, o meglio la certezza, che un giorno sarei riuscito a vincere io la battaglia contro questa patologia che avrebbe compromesso una crescita normale”.

Nel frattempo il piccolo Giorgio si avvicina alla danza, all’insaputa del padre che scoprì questa sua passione il giorno in cui lo seguì e lo vide entrare in una Scuola di Muggia. Dopo un primo tentennamento, i genitori lasciano Giorgio libero di scegliere e lui sceglie la danza, uno, due, mille volte. “Ho frequentato tutti i corsi possibili e facevo molti spettacoli nella mia zona  e in quelle limitrofe. Nel frattempo, mi avvicino anche alla Kick Boxing disciplina della quale sono sesto dan e alle Arti Marziali, delle quali sono terzo dan”.

Il Maestro Giorgio Rivari (Foto di Valentina Sasso)

L’agonismo in queste due discipline gli permette l’incontro che gli aprirà scenari nuovi e inaspettati: Ho l’opportunità di volare a Portland, nell’Oregon, dove faccio la conoscenza con il Nia, Azione Integrativa Neuromuscolare, ovvero una danza che combina il movimento del corpo, basandosi su 52 movimenti principali e che ha, come fine, quello del piacere di muovere il corpo”.

Il Maestro Rivari e l’espressività del suo corpo in uno scatto di Valentina Sasso

Dopo il ritorno in Italia: “Dove ho portato questa disciplina in molti Centri insegnandola, oltre alla danza contemporanea, in Scuole di Trieste , Gorizia, Udine e Slovenia, sento un giorno di poter e di voler dare qualcosa di più, di essere pronto a creare un metodo tutto mio per trasmettere qualcosa di più intimo: ed è , così, nata l’HDT, la Human Dance Technique, una danza di sviluppo personale e di tecniche corporee che vede ogni parte del corpo dotata di una propria coscienza ed anima. Se ci pensiamo bene, il nostro corpo è abituato a sentire musica, sin dal battito cardiaco,  e a muoversi sin da quando siamo nell’utero materno, quindi la danza non è una condizione, quanto piuttosto proprio una necessità umana”.

La passione per la danza espressa dal Maestro in uno scatto di Valentina Sasso

Gli chiedo di descrivere come è articolata una sua lezione di HDT:  “La mia masterclass dura un’ora e mezza, un po’ di più della classiche lezioni, perché durante i primi trenta minuti ci concentriamo in silenzio sul prendere contatto con il corpo. Iniziamo dalle estremità e cominciamo con dei movimenti che poi, naturalmente, diventano sempre più ampi. La parte centrale della lezione, quindi, è un insieme di movimenti coreografici attraverso i quali il corpo riesce a star bene con se stesso. E questo è il fine della HDT: ci muoviamo per stare bene, per sciogliere le tensioni, per diminuire lo stress che talvolta ci paralizza, ma non siamo competitivi tra noi quando siamo a lezione. La danza diventa un supporto psicologico attraverso gli sblocchi emotivi Ciascuno dà tutto sé stesso, ma senza fare paragoni con gli altri”.

 

Il Maestro Rivari è molto di più di ciò che racconta, tant’è che le parole non sono sufficienti o in grado di esprimere pienamente davvero la grande carica umana e professionale di Giorgio che incanta, sempre. “Ho gioia nel muovermi, sì…e credo fermamente in quello che disse un giorno il grande ballerino russo Nurejev: balla con me cinque minuti e ti racconterò la tua vita. E davvero  noi siamo il nostro corpo strettamente legato al cuore, all’anima. E la HDT riesce a coinvolgere corpo, mente, spirito”.

 

Il Maestro Rivari da otto anni svolge anche la propria attività all’interno del progetto promosso dall’azienda sanitaria  HPH per prevenire il burn out e che, successivamente, è stato aperto anche al pubblico. Nell’ambito di questo progetto Giorgio è coadiuvato anche da psicologi, insegnanti di educazione fisica e artisti.

Spinto sempre dal  grande desiderio di conoscere e di perfezionarsi nel suo campo, è partito alla volta della  Spagna, dove ha imparato il Ballet Fit, un nuovo metodo di ballo legato alla danza classica e, proprio di questa disciplina, è certificatore unico in Italia.

Quindi Giorgio Rivari, ce l’ha fatta: “Quando da bambino entravo e uscivo negli ospedali, non ho mia avuto esitazioni. I miei genitori erano preoccupati ma io sapevo che ce l’avrei fatta grazie alla danza, della quale io mi percepisco come un veicolo e quando sono a lezione mi dico che meno ci sono io più c’è lei”.

Ma è impossibile non accorgersi del Maestro Rivari quando insegna, quando si muove, fluido e flessibile, coinvolgente e appassionato, con il suo inseparabile baschetto alla francese.

 

Alessandra Fiorilli

Tutte le tecniche per contrastare l’infertilità: ne parliamo con la Dottoressa Francesca Sagnella

 

 

Nella precedente intervista, la Dottoressa Francesca Sagnella, Specialista in Ginecologia e Ostetricia, Dottore di Ricerca in Fisiopatologia della Riproduzione Umana, ci ha parlato dell’infertilità e di quanto possa essere devastante, per una coppia, una tale diagnosi. Fortunatamente, la medicina può molto in questa campo. Oggi vediamo, infatti, quali sono i metodi per consentire ad una coppia la realizzazione del sogno di diventare genitori.

La Dottoressa Francesca Sagnella

Lo studio approfondito della coppia e la comprensione delle possibili cause di infertilità rappresentano la fase più delicata. Il successo del trattamento, infatti, dipende moltissimo dalla personalizzazione delle cure ” dichiara la Dottoressa Sagnella, la quale continua: Ad esempio, qualora il problema fosse di tipo ormonale con ripercussioni sulla presenza e/o sulla qualità dell’ovulazione, il primo approccio sarebbe quello farmacologico : ovvero si prescrivono farmaci (in compresse o iniezioni sottocutanee) per indurre l’ovulazione. Qualora l’aiuto farmacologico dovesse rivelarsi infruttuoso , oppure in caso di problematiche maschili lievi, o in caso di infertilità inspiegata (ovvero senza cause tangibili), il passo successivo sarebbe quello della inseminazione intrauterina. Questa tecnica consiste nell’introdurre nella cavità uterina, nel giorno di massima fertilità della donna, il seme del partner opportunamente trattato in laboratorio, al fine di selezionare, dal campione raccolto, gli spermatozoi dotati di maggiore motilità. La tecnica avviene in ambulatorio utilizzando un sottile catetere che viene introdotto nella cavità uterina. Non è invasiva e, una volta preparato il seme, richiede pochi minuti per l’esecuzione.  Il tasso di successo di questa tecnica si aggira intorno al 18-20% di gravidanza per singolo tentativo”.

Una tecnica più complessa è quella della fecondazione in vitro (FIVET/ICSI), tecnica che ci viene illustrata dalla Dottoressa Sagnella: Si ricorre a queste tecniche in diversi casi: ad esempio, quando le tube della donna risultino chiuse, perché è proprio nelle tube che avviene il concepimento; quando il fattore maschile risulti particolarmente alterato, oppure in caso di fallimento delle tecniche più semplici. La prima fase di un trattamento di fecondazione assistita prevede una terapia ormonale che ha lo scopo di indurre una ovulazione multipla nella donna (ossia di stimolare le ovaie a produrre più follicoli contemporaneamente). Gli attuali protocolli farmacologici sono molto più sostenibili di una volta: durano circa 10 giorni e sono generalmente ben tollerati dalle donne. Durante questa terapia è fondamentale eseguire diverse ecografie e prelievi del sangue, al fine di fornire al medico le informazioni necessarie a modulare le dosi dei farmaci. Quando si raggiungono dimensioni follicolari adeguate, si procede al prelievo degli ovuli e alla fecondazione in vitro (ossia in ogni ovulo che si vuole fecondare viene introdotto, al microscopio elettronico, uno spermatozoo). Se questa fase va a buon fine, l’ovulo fecondato si dividerà e formerà l’embrione, che verrà poi trasferito nell’utero della donna attraverso un sottile catetere”.

Chiedo alla Dottoressa Sagnella quali siano le tecniche attraverso le quali si prelevano gli ovuli:

“Gli ovuli vengono aspirati dalle ovaie sotto guida ecografica, mediante un ago che viene montato sulla sonda ecografica transvaginale. Si tratta di una tecnica che può essere praticata sia in anestesia locale che generale. Io, personalmente, eseguo molti interventi in anestesia locale. In questa fase il rilassamento è molto importante, per cui cerchiamo di mettere a proprio agio la paziente anche facendole ascoltare della musica. La fecondazione in vitro può raggiungere tassi più elevati di successo, intorno al 35-40% per singolo tentativo.

Un’altra tecnica, sempre più diffusa, è la fecondazione eterologa : “Si usano gameti femminili o maschili prelevati da donatori sani e fertili. Tale tipo di fecondazione è indicata in caso di azoospermia (assenza di spermatozoi nel testicolo), oppure in assenza di riserva ovarica (quando le ovaie hanno esaurito il loro patrimonio ovocitario). Questa condizione è sempre più frequente, per ragioni sociali (età avanzata della donna), farmacologiche (ad es. alcuni chemioterapici) oppure genetiche e ambientali (menopausa precoce). La fecondazione eterologa può raggiungere tassi molto elevati di successo, intorno al 60-65%. Tutte le tecniche, più o meno complesse, andrebbero eseguite sempre tenendo conto della fragilità emotiva di ogni donna in un contesto così delicato. Si tratta infatti di percorsi molto più difficili sul piano emotivo e psicologico di quanto non lo sia l’impatto con i farmaci e con le procedure stesse. Per questa ragione – conclude la Dottoressa Francesca Sagnellapotrebbe essere consigliabile un sostegno psicologico da parte di operatori esperti del settore che, nel centro presso il quale opero, sono sempre a disposizione dei nostri pazienti”.

Alessandra Fiorilli

Difendiamo il cibo vero per difendere la salute. Prevenzione primaria e diagnosi precoce, terapie personalizzate contro il cancro alla mammella: ne parliamo con il Dottor Raffaele Leuzzi

 

C’è confusione tra prevenzione primaria e diagnosi precoce, è per questo che oggi proveremo a fare chiarezza parlandone con il Dottor Raffaele Leuzzi, Specialista in Oncologia Chirurgica e Senologia Diagnostica, il quale, in una precedente intervista, ci ha già chiarito la stretta correlazione tra alimentazione e progressione del cancro.

Il Dottor Raffaele Leuzzi

“Tra gli strumenti della prevenzione c’è prima di tutto il cibo e lo stile di vita, che dovrebbero essere visti con tutta la loro valenza preventiva. La prevenzione può, infatti, ridurre l’incidenza del cancro, mentre la diagnosi precoce  limita i danni del tumore riducendo la mortalità. E qui la differenza è grande, come si può ben capire”.

Lo strumento della diagnosi precoce per eccellenza è la mammografia digitale diretta o la 3D e anche qui occorre fare chiarezza sulla fascia d’età nella quale deve essere effettuata: Lo screening mammografico andrebbe effettuato dai 40 anni in su e non c’è un massimo d’età, quindi quando si leggono di fasce d’età diverse da quelle ora citate, è perché il Servizio Sanitario Nazionale offre uno screening che è un LEA, ovvero un livello essenziale di assistenza, dettato dall’interesse sociale e si basa sul rapporto costi/benefici. Il SSN effettua screening su una popolazione femminile apparentemente sana e asintomatica  per ridurne la mortalità nella fascia di età 50-69 anni. Ma le donne devono sapere che la diagnosi precoce è un bisogno che comincia prima strettamente personale e quindi volontario. Lo screening non prevede nulla a 40-49 anni e dopo i 69 anni, solo di recente alcune regioni praticano lo screening da 45 a 74 anni.  Non c’è un tetto massimo per il rischio di cancro al seno, se consideriamo poi che  l’età maggiormente a rischio è dopo i 40 anni, con picchi sui 55, mentre la mortalità più alta la si registra dopo i 64 anni, vediamo quindi come ci sono fasce di popolazione ad alto rischio non coperte dallo screening.”

Fattori di rischio per l’insorgenza di un tumore alla mammella sono essenzialmente tre, ma sono fattori di rischio immodificabili:  l’età, dopo i 40 anni, la familiarità e la struttura mammaria, struttura che si è profondamente modificata negli anni, come dichiara il Dottor Leuzzi: ” L’aspetto  radiografico della mammella deriva dalle caratteristiche delle sue componenti: tessuto adiposo ( radiotrasparente),  tessuto ghiandolare e stroma ( radio-opachi, densi ). Attualmente i seni densi si aggirano intorno al 50%  e questo tipo ha una prevalenza della struttura ghiandolare, quindi è più a rischio e maschera il cancro ostacolando la diagnosi precoce. I seni, invece, delle nostre nonne erano adiposi e grandi, mentre  oggi i seni sono medio/ piccoli perché l’adipe è diminuito ed è aumentata la componente ghiandolare. Per questo  la diagnostica strumentale sta cercando di andare incontro a questi cambiamenti del seno, prevedendo sempre l’ecografia dopo la mammografia e in casi selezionati alle mammografie con mezzo di contrasto iodato che consente di visualizzare la neoangiogenesi, la vascolarizzazione del tumore. “

La modifica della struttura del seno, prima adiposo e grande, ora più piccolo e denso, è da collegarsi ad alcuni aspetti, quali il tipo di dieta:  Il seno grande è più facile da analizzare perché risulta essere radiotrasparente, a differenza di quello piccolo che è radioopaco. Le nostre nonne, che seguivano la classica dieta  mediterranea con legumi, frutta, verdura, olio Evo, pesce azzurro, vino rosso con moderazione, pochissima carne e cereali non raffinati,  praticavano, senza saperlo,  una dieta  che le salvaguardava dal tumore. La dieta mediterranea, oggi ridotta a brand commerciale, dovrebbe essere il modello alimentare del futuro e non è un caso che nel 2010 è stata proclamata patrimonio immateriale  dell’Unesco, capace altresì, di contrastare le cosiddette malattie del benessere quali, oltre ai tumori, anche  diabete, obesità e patologie cardiovascolari. La dieta non è privazione ma è regola e questa  regola ci dice che dobbiamo prediligere frutta e verdura con filiera corta, a km zero, come si suol dire. La dieta mediterranea è biodiversità, è tutela del paesaggio, è cibo locale, del territorio in cui si svolge l’intero ciclo di filiera. Dovrebbe instaurarsi un’alleanza tra consumatori e piccoli produttori per assicurare che sulle nostre tavole arrivino prodotti  coltivati negli stessi luoghi dove poi vengono consumati. Via libera, dunque, alla dieta mediterranea con cereali non raffinati (che contengono sali minerali, vitamine e fibre)  olio E.V.O (extra vergine d’oliva), verdure, legumi, frutta secca, vino rosso con moderazione e pesce azzurro da consumare due volte la settimana. Concessa anche la carne, con un massimo di una volta la settimana ma che non provenga da allevamenti intensivi, da evitare gli zuccheri e grassi saturi, calorie vuote” dichiara il Dottor Leuzzi, il quale pone l’accento sulla differenza tra :”Cibo vero, quello naturale, stagionale, fresco, locale da agricoltura sana e da cucinare, con uso esclusivo di olio extravergine di oliva come grasso di condimento e cottura; cibo non vero, quello imballato, pronto, ultra-processato, che è insostenibile per l’ambiente e per la salute”.

Per quanto attiene al fattore familiarità, i tumori eredo famigliari sono tra il 5 e il 10% del totale dei tumori al seno, cosa fare, dunque? “ La donna, che in seguito a test genetici che mostrano modificazioni scopre l’alto rischio può prendere due decisioni: vivere con questa spada di Damocle, conducendo una vita da malata, anche se ancora non lo è, o decidere di sottoporsi a mastectomia e ovariectomia, ovvero la rimozione delle ovaie, perché i due rischi sono strettamente correlati. Due trattamenti, questi, ancora più devastanti della possibilità, in futuro, di ammalarsi di tumore alla mammella”. 

Quali sono altri campi di applicazione dei test di espressione genica? “La chemioterapia adiuvante, quella precauzionale dopo l’intervento non è necessaria per una grande proporzione di donne con carcinoma mammario allo stadio iniziale.

I risultati provengono da uno studio, che ha coinvolto più di 10.000 pazienti e testato il test di espressione genica che esamina l’attività per  21 geni.

L’applicazione di questo test nella pratica clinica risparmierà la chemioterapia nel 70% delle pazienti, con carcinoma mammario ormonosensibile, linfonodi ascellari negativi e profilo genetico HER2 negativo. ll test  si chiama Oncotype Dx , ed esamina l’attività di 21 geni in grado di dire qual è la terapia migliore e a chi  potrebbe essere risparmiata la chemioterapia e trarre giovamento dalla sola ormonoterapia.  I risultati sono stati presentati durante la sessione plenaria dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO) in corso a Chicago.

Per concludere, la scelta di uno stile di vita più sano consentirebbe di prevenire più malattie di quanto non potrà fare la medicina tecnologica e di prevenire la medicalizzazione massiva delle persone. Il cibo consapevole ha valenza preventiva e terapeutica, in attesa di terapie sempre più personalizzate”.                                    

 

 

 

Alessandra Fiorilli

 

L’ infertilità: ne parliamo con la Dottoressa Francesca Sagnella

 

Per secoli si sono addensate, attorno al delicato ambito della fertilità e del suo aspetto opposto, l’infertilità, credenze popolari, superstizioni e pregiudizi specie verso la donna, la quale: “Non era riuscita a dare un figlio al marito”.

Fortunatamente, i progressi della medicina hanno interessato anche questo delicatissimo ambito che è legato a doppio filo con quello psicologico: è ben noto quanto una diagnosi di infertilità possa essere pesante da accettare e da gestire all’interno della coppia.

Di infertilità ne parliamo con un’esperta del settore: la Dottoressa Francesca Sagnella, una laurea in Medicina e Chirurgia conseguita presso lUniversità Cattolica del Sacro Cuore di Roma, dove si specializza in Ginecologia e Ostetricia con una tesi sperimentale sulla sindrome dell’ovaio policistico.

Dal 2009 al 2011 presta servizio, come Dirigente Medico di Primo Livello, presso lUnità Operativa di Ginecologia Disfunzionale e presso la sala parto del Dipartimento per la tutela della salute della donna e della vita nascente del policlinico Gemelli. In quegli anni coltiva il suo crescente interesse per la ricerca scientifica, conseguendo nel 2012 il titolo di Dottore di Ricerca in Fisiopatologia della Riproduzione Umana . Dal 2012 collabora con il Prof Claudio Manna, sia in ambito clinico che scientifico, presso il centro di riproduzione assisitita Biofertility e presso il centro studi Genesis in Roma.

La Dottoressa Francesca Sagnella

Ha partecipato a numerosi corsi e congressi nazionali e internazionali, anche in qualità di docente e relatore, e alla stesura di alcuni capitoli di libri inerenti la diagnosi e la cura dell’infertilità.

Linfertilità è lincapacità di concepire dopo un anno di rapporti sessuali liberi, ovvero senza nessun metodo contraccettivo. Trascorsi i 12 mesi, senza che abbia avuto inizio una gravidanza, si inizia una ricerca di coppia per scoprire le eventuali cause dellinfertilità”.

In un momento storico come l’attuale, dove la prima gravidanza si è spostata in avanti di molto, rispetto a quelle delle mamme di una volta, è necessario valutare anche l’età della donna perché potrebbe essere necessario ricorrere allo specialista anche prima che sia trascorso l’anno di rapporti liberi.

In effetti, attualmente, letà media della prima gravidanza si aggira intorno ai 31-32 anni, proprio quando comincia a calare il tasso di fertilità naturale. Una consistente percentuale di donne, tuttavia, per i motivi più disparati, comincia la ricerca della gravidanza intorno ai quaranta; in questi casi attendere un anno prima di intraprendere un percorso diagnostico potrebbe essere rischioso per un motivo molto semplice: la fisiologica e progressiva riduzione della riserva ovarica, ovvero dei follicoli contenenti gli ovociti. I follicoli si formano nellembrione e non si rigenerano nel corso della vita femminile, a differenza delluomo, nel quale il ciclo di spermiogenesi, ovvero il rinnovo dello sperma, avviene ogni 72 giorni. E molto importante, quindi, sottoporsi ad una visita accurata senza perdere tempo prezioso dichiara la Dottoressa Sagnella.

Cosa fare, dunque, se la tanto desiderata gravidanza non arriva? Si parte con gli accertamenti medici, se per il maschio è lo spermiogramma , che consiste nella consegna di un campione del proprio sperma ad un laboratorio competente , per la donna gli esami fondamentali cui deve sottoporsi sono: lecografia transvaginale con la conta dei follicoli antrali, gli esami ormonali, lesame delle tube . La percentuale dellinfertilità di coppia è aumentato negli ultimi anni, come conferma la Dottoressa Sagnella : “Lincremento di questa problematica sembra fortemente correlato allaumento delletà media della prima gravidanza e agli inquinanti ambientali che in medicina chiamiamo interferenti endocrini perché, appunto, causano effetti sul sistema ormonale. Siamo purtroppo circondati da pseudo-ormoni, quali il bisfenolo A (presente in molte plastiche) che sembra essere una delle possibili cause di insorgenza dell endometriosi , una patologia invalidante che costringe a letto, durante il ciclo, le donne che ne sono affette e che rappresenta una vera minaccia per la fertilità”.

Interferenze ormonali sono provocate , oltre che dagli inquinanti ambientali, anche da un altro fattore sconosciuto nel secolo scorso, quale lobesità : Che ha un forte impatto sia sulla donna che sulluomo, perché ladipe produce ormoni.

Avviati, dunque, gli esami pertinenti e giunta la diagnosi di infertilità, la coppia è destabilizzata sotto il profilo psicologico, tanto che: LOMS, lOrganizzazione Mondiale della Sanità, lha classificata come malattia . Un figlio è importante per entrambi, ma nella donna il desiderio di maternità è un qualcosa di istintivo. Spesso nella donna infertile può scatenarsi anche un vero e proprio senso di rabbia – dichiara la Dottoressa Sagnella, la quale continua- La diagnosi di infertilità va ad interferire con il benessere psico-fisico e, proprio per superare questo impatto, la coppia deve essere quanto mai unita. Coppia che spesso cambia le proprie abitudini, si isola, ad esempio scegliendo di non frequentare più gli amici che hanno figli.

Cambia la visuale attraverso la quale si guarda il mondo perché quel ventre ancora vuoto fa male:

Le donne notano i pancioni delle altre e nei supermercati evitano di passare per i corridoi con pannolini, pappine. Si apre una ferita profonda nellanimo, conclude la Dottoressa Sagnella, la quale, ci parlerà, nei prossimi giorni, di cosa possa fare la medicina nel campo dell’infertilità.

Alessandra Fiorilli

Silvano, Otello, Gabriele: i ragazzi degli anni ’60 a Nettuno

La guerra stava per terminare, o sarebbe finita di lì a poco, quando nacquero i ragazzi che sarebbero stati i protagonisti del Boom Economico, un periodo memorabile, senza eguali.

Avrebbero sognato sulle note dei cantanti americani più in voga dell’epoca, avrebbero dondolato sulle gambe per seguire il ritmo del twist, avrebbero ballato, guancia a guancia, con la ragazza per la quale avevano preso una cotta, avrebbero atteso il sabato e la domenica per incontrarla di nuovo, nella casa di quell’amico che aveva messo a disposizione la propria casa.

Anni mitici, anni che rivivremo grazie ai racconti di tre ragazzi degli anni ’60… sì, ragazzi, hanno se hanno passato la settantina da un po’: perché il loro animo è giovane, e perché serbano nel cuore tutta la passione di quel periodo irripetibile.

Loro sono, in rigoroso ordine alfabetico,  Silvano Casaldi, Otello De Santis, Gabriele Petriconi.

E quando cominciamo a parlare, i ricordi si fanno reali.

“La musica era cambiata molto in quegli anni, la prima rivoluzione l’aveva fatta già nel 1958 Domenico Modugno con il suo “Nel blu dipinto di blu”.  Poi arrivò Bindi, Celentano con il suo “24000 baci” e il rock dagli Stati Uniti. Ricordo che comprai il mio primo giradischi a rate e che lo mettevano nel cortile di casa così che tutti potevano ascoltare la musica e ballare”, racconta Otello.

 

Otello De Santis

 

“I dischi, a Nettuno, li si potevano acquistare in via Romana e in via Gramsci,, ma soprattutto a Roma e, se si voleva risparmiare qualcosa, li si comprava ai baracconi che si spostavano di paese in paese, in occasione delle feste patronali. Si potevano trovarne di usati, un po’ rigati, ma si risparmiava molto”, gli fa eco Silvano.

Silvano Casaldi

Musica e ballo, dunque, negli anni ’60, e dove c’era da ballare non poteva mancare Gabriele, il più “modaiolo” di tutti e tre:” Avevo la fortuna di avere una sorella che sapeva cucire, così potevo sempre seguire la moda, specie quella d’oltreoceano: infatti indossavo calzoni stretti, pettinino, portacerini, polsini in similpelle sulla camicia e persino un mantello. E così vestito non perdevo un’occasione per sfoggiare la mia capacità nel ballo”.

D’estate le terrazze mattonate si trasformavano in luoghi magici, dove i primi palpiti del cuore si fondevano con il gusto della libertà, e con quello dei biscottini e del vermouth che veniva spesso offerto ai ragazzi, come racconta Silvano, il quale a proposito degli abiti indossati dai ragazzi, dice: “Delle volte, però, era d’obbligo il vestito, specie nei ricevimenti nuziali, ricevimenti ai quali capitava spesso di “imbucarci” perché un amico di un nostro amico era stato invitato”.

E se durante il sabato e la domenica si ballava, nelle case, durante l’inverno e sulle terrazze d’estate “Ma anche qualche volta nelle grotte”, come dice Gabriele.

Gabriele Petriconi

Il resto del settimana ci si incontrava nei bar: “Dove ci si sfidava a biliardino, a flipper, ma anche a carte. I premi in palio potevano essere un caffè o, semplicemente, un pacchetto di caramelle”, come dice Otello.

Immancabile nei bar era anche il juke-box, perché la musica era parte integrate dalle vita dei giovani: “I famosi film con Gianni Morandi, i cosiddetti “musicarelli” non erano altro che la fedele ricostruzione di quello che veramente facevano noi”, dice Gabriele.

Non solo i bar, ma anche ogni spiaggia aveva i juke-box,  come ricorda Gabriele, il quale svela: “ Ballare faceva rima con conquistare, specie d’estate, quando, molti di noi avevano la classica storiella con qualche ragazza romane…e come dimenticare la Marciaronda, dove ci scambiavamo baci, appoggiandoci a quelle pietre che al sole diventavano bollenti.”

E sempre Gabriele, da modaiolo qual era, ricorda un particolare: “Quando acquistavamo i jeans ci tuffavano a mare vestiti per restringerli e poi li  scolorivano con i sassi  della prima diga, perché li volevamo così, effetto usato”.

Musica, batticuori, balli, voglia di stare insieme, terrazze, biscotti, vermouth, baci rubati, juke box, flipper e biliardino: quanta nostalgia degli anni  ’60, anche e forse soprattutto per chi non li ha vissuti, come me…

Alessandra Fiorilli

A colloquio con il Dottor Raffaele Leuzzi, Medico Oncologo: “Dobbiamo affamare il cancro”

 

 

Il Dottor Leuzzi, Medico Oncologo prestato alla senologia diagnostica, è quanto mai chiaro e diretto: “Dobbiamo affamare il cancro”.

Il Dottor Raffaele Leuzzi

Quattro parole coincise, che non lasciano margini a dubbi: il Dottor Leuzzi le pronuncia forte della sua formazione e del uso impegno nel campo dell’oncologia.: laureatosi in Medicina e Chirurgia presso l’Università degli Studi di Padova, specializzatosi in Oncologia Chirurgica presso l’Università degli Studi di Napoli, diventa Borsista Ricercatore Universitario di Senologia Diagnostica. Attualmente svolge e dirige l’attività ambulatoriale nell’Unità Diagnostica della SIRP (Servizio Interdisciplinare Ricerche e Prevenzione) a Roma, dove effettua, annualmente, circa 5000 esami clinico-strumentali tra Tomosintesi, Cesm, ecografia 3D. Relatore a molti congressi, partecipa a molteplici corsi e congressi riguardanti la prevenzione primaria del tumore al seno e la diagnostica della patologia mammaria, partecipando, in particolare, ad organismi quali la FONCaM(Forza Operativa Nazionale Carcinoma alla Mammella).  Dal 2016 è Presidente dell’Associazione di volontariato “Le donne scelgono”, operante  a Roma  dal 1991 nel campo della prevenzione e diagnosi precoce del tumore alla mammella. E’ altresì  Responsabile Editoriale dei siti  web www.senologiadiagnostica.it, www.ledonnescelgono.it, www.associazionesirp.it.

 

Quello che fa bene alla nostra salute- afferma il Dottor Leuzzi- fa male al cancro che si nutre di glucosio, un energizzante. I picchi glicemici vanno a nutrire il tumore. Sappiamo ciò dagli anni ’30, da quando un medico, il quale venne insignito del Premio Nobel per la Medicina, parlò per primo di questa connessione. Le cellule tumorali necessitano 20 volte di più, rispetto a quelle normali, di zuccheri, ecco perché quando ha bisogno di energia la va a prendere dal glucosio e attraverso i picchi glicemici va a creare vascolarizzazioni e con l’insulina le cellule tumorali crescono”.

 

Con un’alimentazione consapevole, potremmo ridurre l’incidenza dei due tumori più diffusi, quelli al colon retto e alla mammella “Anche del 30%” come dichiara Leuzzi per il quale “Il cittadino, attraverso una scelta mirata del cibo, potrebbe salvarsi da solo”.

Invece siamo ancora lontani dal seguire questi semplici consigli, mentre sarebbe sufficiente sapere  almeno cosa non acquistare:” Carne da allevamenti intensivi e cereali raffinati, preferiti ancora oggi dal 65% degli italiani.  Bene, invece, il pesce azzurro e soprattutto i cereali integrali e i legumi, che invece registrano un consumo pro capite annuo molto basso, siamo infatti attorno ai 4 chili e mezzo. Sul consumo di carne che attualmente si aggira intorno ai 70 chili pro capite annuo, dobbiamo pensare che ciò che danno loro da mangiare a noi fa male. Ormai gli animali sono diventati macchine di produzione per il cibo, basti penare alla velocità con la quale sono pronti per finire sulle tavole: 6 mesi per un manzo, 4  per un maiale e addirittura 35 giorni per un pollo Broiler”.

Scegliere consapevolmente, dunque, porre attenzione a ciò che portiamo in tavola, perché ciò che mangiamo avrà una ricaduta sulla  nostra salute: La pasta da consumare è quella di grano duro ed essiccata a basse temperature. Il grano deve essere il nostro, quello che cresce con il nostro sole, mentre quello importato, specie da nazioni fredde e umide, è piena di glifosato, un pesticida cancerogeno per l’uomo”.

E’ arrivato davvero il momento di invertire la rotta: Dovremmo alimentarci per nutrirci…oggi, invece, ci alimentiamo per ammalarci. E non solo di tumore, ma anche patologie cardio-vascolari, di diabete. Zuccheri e grassi saturi, inoltre, incidono molto anche sull’aumento dell’obesità, specie di quella infantile, con tutte le conseguenze che ne derivano. Un quarantenne di oggi non ricorda, della sua infanzia, tanti bambini in sovrappeso ed obesi come oggi. Nella fascia tra gli 8 e i 9 anni, i ragazzi obesi in Italia sono circa il 30%. Questo vuol dire che i bambini oggi non i nutrono, si malnutrono, così come purtroppo stanno facendo gli adulti”.

Eppure dovremmo cominciare ad avere una maggiore consapevolezza del cibo, di quello stesso cibo che, come dice il dottor Leuzzi:” Dovrebbe diventare un’arma contro il cancro se solo scegliessimo un regime alimentare che ci nutre e non ci avvelena. Il cibo potrebbe essere la nostra medicina: solo in quel caso possiamo parlare di prevenzione che è cosa ben diversa dalla diagnosi precoce. Effettuare la mammografia, ad esempio, così come qualsiasi altro screening, è diagnosi precoce, mentre preservare la salute, impedendo al cancro di prodursi e crescere è prevenzione”.

In una nazione come la nostra, dove la dieta mediterranea dovrebbe essere la protagonista incontrastata della tavole di tutti i giorni, non siamo in grado di preservare quella cultura del cibo dei nostri avi, avvezze a mangiare piatti poveri, frutto della migliore tradizione contadina, la stessa alla quale dovremmo tornare, come dichiara il dottor Leuzzi”: Nel momento stesso in cui, negli anni ’90, si è cominciato a parlare di dieta mediterranea, noi ce ne siamo allontanati, preferendo diventare dei clienti, pronti ad acquistare il cibo industriale. E più compriamo, più sprechiamo: sono andati in fumo 13 miliardi di euro in cibo buttato, lo scorso anno in Italia. Oggi la cucina è diventata l’ossessione di tutti, ne siamo costantemente bombardati, mentre invece dovremmo porre attenzione al cibo che non deve essere considerato come merce ma come strumento di prevenzione e salute”.

Alessandra Fiorilli

Mister Neno Cesarini ci parla della sua passione per il calcio

 

“La passione per il calcio? L’ho sempre avuta, sin da bambino, quando, insieme gli amici, con i quali abbiamo condiviso l’infanzia,, giocavamo a pallone fuori casa”, così inizia il suo racconto Mister Neno Cesarini, il cui nome è da sempre legato al gioco del calcio.

Neno Cesarini in una sua foto (per gentile concessione).

“Purtroppo non ho mai avuto la possibilità di scendere in campo con la maglia del Nettuno, la mia città natale, perché io militavo con gli Allievi e a Nettuno non c’era questa categoria”.

Erano tempi, quelli della gioventù di Neno, dove il campanilismo tra le due città limitrofe di Nettuno ed Anzio era particolarmente forte, tant’è che lo stesso Neno, pur se con il sorriso sulle labbra e con un pizzico di ironia, ci racconta come sia approdato nella squadra degli Allievi neroniani: “Mi avevano detto che se volevo continuare a giocare in zona, l’unica possibilità era di andare con l’Anzio, ma io ero un po’ titubante, fino a quando il grande Mister Biti, conosciuto con il soprannome di “Mago del Tirreno” venne a trovarmi nel negozio di mio zio e mi convinse a seguirlo. Sono stato l’ultimo ad andare via dall’Anzio…è stato un bel periodo della mia vita”.

E nella città neroniana Neno torna qualche anno più tardi: “Dopo aver conseguito, nel 1985, il patentino da allenatore”.

Neno, nel suo ruolo da Mediano, è bravo, così bravo da avere l’occasione di andare a giocare in Serie C: “Purtroppo, e questo rimarrà per sempre il mio più grande rimpianto, ho avuto un alterco con un arbitro…ho sbagliato, me ne sono reso conto subito, ma avevo l’irruenza dei vent’ anni e, in un solo istante, ho bruciato una grande possibilità”.

Ma neanche questo incidente riesce a tenere Neno lontano dai campi di calcio: “Non mi sono mai fermato, e come Mister ho ha alle spalle ben 33 campionati, divisi tra le squadre dell’Anzio, dal quale è cominciato la mia esperienza di allenatore, del Lavinio e del Nettuno, dove attualmente alleno il Settore Giovanile del Virtus Nettuno”.

Da quattro anni Neno ha lasciato la prima squadra per dedicarsi alle nuove leve: “E’ un’esperienza bellissima, quella che sto vivendo insieme a questi ragazzi, i quali che si allenano con passione ed impegno tre volte a settimana.  Stare con loro mi fa sentire giovane, è bello vederli crescere, ma devi essere presente e fare anche un po’ da “psicologo” come ripeto sempre”.

Una vita per il calcio, dunque, quella di Neno, il quale conclude dicendo: “Non riesco ad allontanarmi proprio dai campi da gioco: è la mia passione”.

Alessandra Fiorilli

Lorenza e Graziana Petriconi: la storia di un sogno avverato e di una passione che continua…

“A due anni già ballavamo, come ci racconta nostra madre, e alle recite natalizie dell’asilo ci sentivamo perfettamente a nostro agio…poi, una sera, davanti ai balletti della Parisi nel programma del sabato sera “Fantastico”, abbiamo chiesto a nostro padre come si facesse ad entrare in quella scatola magica e lui ci rispose che, se lo volevamo davvero,  ce l’avremmo potuta fare”, a raccontarsi è Lorenza Petriconi che, con la gemella Graziana, sono state protagoniste di una storia che tanto somiglia a quella delle favole…

Nella foto, da sinistra, Graziana e Lorenza Petriconi (foto per gentile concessione)

Dunque, iniziamo da quella passione che coltivano sin da piccole: “Siamo state sempre affascinate dall’arte: musica, danza, canto, teatro e tv, dalla quale è decollata la nostra carriera”.

Lorenza, con la sua chioma fulva, che tanto è piaciuta anche al loro pigmalione Gianni Boncompagni, è un fiume in piena di energia e entusiasmo e, grazie alle sue parole, facciamo un salto indietro di tanti anni: “Studiavamo danza e ci eravamo diplomate al Conservatorio di Santa Cecilia in flauto traverso, ma il nostro sogno era la tv. Casualmente, un giorno, nostra zia ci disse che stavano cercando delle ragazze per “Domenica in”. E fu così che, nel giugno del 1989, arrivammo agli studi della Dear e lì vedemmo una marea di ragazze, ma provammo ugualmente”.

Poi arriva l’estate…l’estate dei 16 anni di Graziana e Lorenza, la quale dichiara: “In quei mesi accantonammo nella testa l’idea che ci avrebbero chiamate e ci godemmo quel periodo, fino al mese di settembre, quando, di domenica, il telefono di casa squillò e ci comunicarono che avevamo superato le selezioni, anche se non ci dissero quando ci saremmo dovute presentare”.

Infatti, quando arrivò il giorno dell’incontro con Boncompagni “Noi eravamo a scuola e ci precipitammo in macchina con nostra madre così come eravamo: senza trucco, con i capelli ricci, gli occhiali da vista…ma fu proprio questa semplicità a colpire Boncompagni, con il quale ci mettemmo a parlare come se lo avessimo conosciuto da sempre”.

E così inizia la favola: “Nella trasmissione domenicale della RAI , presentavamo il gioco telefonico per bambini, poi abbiamo anche affiancato anche Pupo e ci siamo cimentate anche  in alcuni sketch comici con lo stesso Boncompagni”.

Lorenza ricorda quel periodo: “Come bellissimo, gratificate e nel quale abbiamo imparato molto, nonostante i tanti sacrifici, perché  frequentavamo la scuola superiore  e studiavamo di notte o durante il tragitto in macchina”.

Conclusasi l’esperienza di Domenica In, ecco arrivare  “Piacere Raiuno”: “Ero lo show di mezzogiorno della RAI, andava in onda dalle 12 alle 14,30 da settembre a giugno. Nessuno studio televisivo: si andava in diretta dai teatri italiani, infatti, grazie a questa esperienza, abbiamo girato la nostra bellissima penisola.”

In molti si ricorderanno di Lorenza e Graziana come le Tate di Toto nel programma  il cui cast vantava un giornalista come Piero Badaloni, l’attrice Simona Marchini e il cantante Toto Cutugno, appunto.

Di quel periodo come dimenticare: “Le 150 lettere al giorno che ricevevamo dai nostri fans”.

Conclusasi la parentesi televisiva, le gemelle Petriconi vengono contattate per alcune spot pubblicitari di marche note, poi: “ In tv torniamo nel 1996 con “La sai l’ultima”, insieme a Pippo Franco e Pamela Prati”.

Quando arriva anche il cinema, a chiamarle più forte ancora è quella scuola di danza che, nel frattempo,  avevano deciso di aprire nella città dove sono nate e cresciute.

Da sinistra, Lorenza e Graziana (foto per gentile concessione)

“Eravamo impazienti di tornare e vedevamo l’orologio quando stavamo sul set. Abbiamo capito che una cosa più bella e più grande ci stava spettando: i nostri ragazzi”.

Oltre alla loro scuola, dove sono attivati corsi di danza classica, moderna ed acrobatica, le gemelle Perticoni sono fiere del  loro Gruppo Folkloristico Citta di Nettuno che ha ottenuto il riconoscimento come Gruppo Storico dall’allora Presidente della Repubblica Napolitano. “Con i ragazzi vestiti con gli abiti nettunesi del 1500 prendiamo parte a tutti gli eventi più importanti della nostra città”.

Le gemelle Petriconi con il loro “Gruppo Folkloristico Città di Nettuno” (foto per gentile concessione)

Intanto, con la loro scuola, vincono tutto quello che c’era da vincere: “Competizioni Provinciali, Regionali, Nazionali ed  Europee e grazie a  questa vittoria arrivata nel 2006 a Barcellona,  voliamo a New York e  portiamo a casa 3 medaglie d’oro, 1 di bronzo e la coccarda come premio della giuria. Nella Grande Mela abbiamo vinto con un balletto mix di danza e tarantelle “.

Dopo i fasti e i lustrini della tv, Lorenza e Graziana sono rimaste le ragazze semplici di sempre: “E’ nelle cose semplici che c’è la vita e la sua purezza, la sua bellezza”, conclude Lorenza.

                                                 Alessandra Fiorilli