Il tramonto che ci manca e la libertà che tornerà, se rimaniamo uniti

Sono giorni  difficili per la nostra nazione, con un bollettino giornaliero di contagiati, ricoverati e morti che ci fa sentire in guerra, con i nostri sanitari in lotta contro il tempo e con i posti in terapia intensiva al limite del collasso. Chi ha la fortuna solo di rimanere a casa, sta sperimentando, forse per la prima volta, una limitazione di quelle libertà che sembravano scontate e una cancellazione pressoché totale di quella vita che poteva sembrare, talvolta, banale.

E’ indubbio che lo stare in casa per impedire il diffondersi della catena di contagio, diventa sopportabile al pensiero di coloro che si trovano ricoverati nelle terapie intensive, dove non possono incontrare i propri cari e dove la paura della morte si accompagna allo strazio di non poterli vedere neanche un’ultima volta.

Ciò che sta accadendo ha contorni apocalittici e se solo qualcuno, un po’ di tempo fa, ci avesse predetto un tale scenario, saremmo andati via con una smorfia di disgusto, tanto era impossibile credere che, nell’arco di qualche settimana, ci avrebbero chiesto un’autocertificazione per andare a fare la spesa e ci saremmo trovati separati dai nostri familiari solo perché non vivono nella nostra stessa casa.

Il momento che manca di più, specie per coloro che hanno la fortuna di vivere in un paese o in una città sul mare, è quello del tramonto. Non a caso, su Facebook e su Instagram, le foto che più spesso vengono pubblicate e condivise sono quelle che immortalano i minuti dopo che il sole è scomparso all’orizzonte, “gettandosi in mare”.

E lì,ogni sera, il cielo si tinge di arancione carico e di rosso, e l’animo si apre, accogliendo in sé la forza e l’incomparabile bellezza della natura.

Ecco, oggi, questo editoriale, è dedicato al tramonto che ci manca guardare in silenzio.

In questa foto si vedono degli uccelli in volo, da sempre simbolo massimo della libertà,  di questa libertà che oggi tanto ci manca.

Potranno arrivare altri tramonti e altri voli da guardare ma per tornare alla nostra vita dobbiamo restare a casa e credere ciascuno nel sacrificio dell’altro.

Uniti ce la faremo.

                                             Alessandra Fiorilli

L’incanto del Castello “Miramare” di Trieste

E’ il 1855 quando l’arciduca Massimiliano d’Asburgo sceglie il promontorio di Grignano, a circa 6 chilometri da Trieste, come luogo per far sorgere una residenza dove la distesa d’acqua salata sarà la principale protagonista del castello il quale verrà chiamato, non a caso,  “Miramar”, che in spagnolo significa, appunto, “guarda il mare”.

E il mare ti accompagna sin dal momento in cui ci si incammina per raggiugere l’ingresso del Castello stesso.

Quando il cielo è terso, lo spettacolo che offre la distesa d’acqua salata e la natura circostante, ti avvolge in un girotondo di emozioni fortissime, intense, che non ti lasceranno per tutta la durata della visita, terminata la quale il ricordo di quelle sale, del parco, della scalinata che collega i due piani, degli oggetti appartenuti a Massimiliano e a Carlotta, sua moglie, ti faranno compagnia, per sempre.

Oltre al mare, l’altra protagonista della residenza, è il verde che si estende per 22 ettari e che costituisce il Parco del Castello, voluto fortemente dall’arciduca austriaco.

La natura che, infatti, Massimiliano trova, al momento dell’acquisto dei vari lotti, è  una natura scarna ma, grazie alla consulenza di un grande botanico, l’intera area  si arricchirà di alberi e piante da tutto il mondo che conviveranno insieme, in armonia.

Il progetto del parco sarà  affidato, come quello dell’intero Castello, all’architetto austriaco Carl Junker.

Il piano terra ospita le camere dove Massimiliano risiedette con la moglie Carlotta, mentre il primo livello è il piano di rappresentanza, dove venivano accolti gli ospiti.

Chi ha la fortuna di visitare il Castello, ne può ammirare gli arredi originari, mentre la distesa del mare che si perde a vista d’occhio è una presenza, al tempo stesso, discreta e travolgente, in tutte le stanze.

Tra le varie sale in cui si articola il percorso della visita, spicca  quella che ricorda l’arredamento tipico di una nave: fu, infatti, proprio Massimiliano d’Asburgo a volere che una stanza fosse lo specchio fedele dell’arredamento della fregata sulla quale era imbarcato, mentre assolveva il servizio per la Marina d’Austria.

Ai piedi del Castello, un piccolissimo porticciolo dotato di un pontile di circa 7 metri, al quale si accede da una scalinata.

E dopo aver indugiato sul profilo di “Miramare” che si staglia all’orizzonte in tutta la sua magnificenza, ti accorgi che non riesci proprio a lasciarti alle spalle cotanta bellezza, e, così, ti giri più volte, e sembra quasi di vederli Massimiliano e Carlotta i quali, come narra la storia, proprio in questo castello, vissero i momenti più felici della loro vita.

                                                 Alessandra Fiorilli

Tra antiche tradizioni, classiche ricette e un pizzico di innovazione, ecco le protagoniste del Carnevale: le frappe e le castagnole.

Tra carri allegorici e cortei in maschera, tra stelle filanti e coriandoli, ecco arrivare anche loro: le frappe e le castagnole, i dolci tipici di questa festa antica, che affonda le sue radici nell’antica Roma dove, in onore di Saturno, si organizzavano feste goliardiche chiamate, appunto, Saturnalia.

Era questo, un periodo nel quale l’ordine delle cose poteva essere sovvertito per tornare, poi, rinnovati e rigenerati, ad un assetto nel quale la morigeratezza dei costumi  ed il rispetto delle regole avrebbero rappresentato, nuovamente,  il cardine fondamentale dell’intera società.

Durante i Saturnalia, non poteva certo mancare la celebrazione anche della gola: ecco nascere, i Frictilia, ovvero dei dolci fritti nello strutto che venivano distribuiti alle persone le quali, durante questo periodo delle storia romana, si riversavano, numerose, nelle strade.

E sempre un grande gastronomo  e cuoco, nonché scrittore romano, Marco Gavio Apicio, parla nel suo libro “De re coquinaria”, di frittelle a base di uova e farina tagliate a bocconcini, fritte nello strutto e cosparse di miele.

Con l’avvento del Cristianesimo la festa del carnevale rappresenta l’ultimo avamposto della celebrazione dei peccati di gola e della goliardia, non a caso il Martedì Grasso, che conclude il Carnevale, precede di un  giorno il Mercoledì Delle Ceneri, con il quale ha inizio la Quaresima, che conduce alla celebrazione della Santa Pasqua.

Proprio  il nome Carnevale sembri derivi dal latino “Carne levare”, ovvero togliere la carne,  perché, secondo l’ortodossia cristiana, nei quaranta giorni che vanno dal martedì grasso alla Pasqua di Resurrezione, non andrebbe consumata la carne.

Inalterate sono rimaste, invece, sin dall’epoca romana, le tradizioni legate alla preparazione e al consumo dei dolci: le classiche frappe, dirette discendenti delle  Frictilia, sono ancora il simbolo di questa festa, anche se la ricetta più simile a quella dell’odierna frappa, è quella che Domenico Romoli scrive, nel 1560, in un suo libro, dove parla di questo impasto a base di farina, uova, zucchero, stesa, tagliata a strisce, fritta nello strutto e cosparsa di miele.

Regione che vai, nome che trovi di queste gustose strisce di pasta dai bordi arricciati e spolverate di abbondante  zucchero a velo: chiacchiere, cenci, frappole, crostoni, bugie.

Una leggenda vuole che proprio il nome di chiacchiere, con cui sono conosciute in molte regioni d’Italia,  sia legato alla richiesta della regina di Casa Savoia al suo cuoco Raffaele Esposito, di deliziare le conversazioni, o chiacchiere, appunto, nelle stanze di Palazzo Reale  con dei dolci fragranti, semplici ma saporiti.

Con il tempo si sono aggiunte anche delle varianti alla ricetta originaria: c’è chi aggiunge all’impasto, ad esempio, il marsala, il Vin Santo o quello bianco.

Più recente, invece, l’origine dell’altro dolce tipico del carnevale: le castagnole, così chiamate perché, per la loro forma e dimensione, ricordano, appunto,  quella della castagna.

I primi cenni scritti di quest’altra delizia, li troviamo nell’Archivio di Stato di Viterbo: siamo nel 1700, ma c’è chi fa risalire la comparsa delle castagnole, impasto a base di uova, zucchero, farina, burro, un secolo prima, alla corte degli Angiò e dei Farnese.

Anche le castagnole, nel corso del tempo,  hanno visto aggiungere al loro impasto originario, il rum, il cioccolato, l’alchermes, così come le frappe hanno conosciuto anche un altro metodo di cottura, quella al forno.

Cambiano il tempo e le abitudini ma loro, le frappe e le castagnole, rimangono sempre le indiscusse protagoniste del Carnevale.

                                             Alessandra Fiorilli

Ipercolesterolemia familiare, Dislipidemie e Sindrome Metabolica: ne parliamo con uno dei maggiori esperti internazionali, il Professor Paolo Calabrò

Di ipercolesterolemia si parla quando il colesterolo, grasso fondamentale per l’uomo, prodotto principalmente dal corpo ed introdotto per un 20/30% con l’alimentazione, supera i 200 mg/dl.

Se l’ipercolesterolemia si associa al diabete e all’ipertensione, può causare, più facilmente, la formazione di placche aterosclerotiche e c’è una probabilità maggiore che si registrino eventi cardiovascolari come l’infarto del miocardio, l’ictus cerebrale e l’ischemia degli arti inferiori.

Ne parliamo con uno dei massimi esperti in campo internazionale, il Professor Paolo Calabrò,  direttore della UOC di Cardiologia Clinica a Direzione Universitaria dell’A.O.R.N Sant’Anna e San Sebastiano a Caserta, direttore del Dipartimento Cardio-vascolare e Professore Ordinario della  Cattedra di Cardiologia, presso il Dipartimento di Scienze Mediche Traslazionali dell’Università degli Studi della Campania “Luigi Vanvitelli”.

Il Professor Paolo Calabrò (Foto per gentile concessione di Paolo Calabrò)

All’interno del quadro generale dell’ipercolesterolemia, esiste quella di tipo familiare, che si ha, più spesso: “A causa  dell’alterazione genetica del recettore LDL”, ossia il recettore del colesterolo cosiddetto “cattivo”.  Chi ha queste mutazioni e, quindi, alti livelli di colesterolo sin dalla nascita, va incontro ad una rapida formazione di placche aterosclerotiche. Attraverso dei prelievi ematici in alcuni Centri specializzati, come il Sant’Anna e San Sebastiano di Caserta, è possibile eseguire dei test genetici che possono confermare o meno la diagnosi di ipercolesterolemia familiare.  Eseguiti gli esami ematologici di routine, come colesterolo totale, HDL, LDL, emocromo, glicemia, funzionalità epatica, tiroidea e renale, il paziente sarà seguito nel percorso di follow-up e, scelta la terapia migliore, tornerà presso il centro, per monitorare il tutto.  Uno screening familiare consente, quindi, di poter intervenire in maniera tempestiva all’interno di un quadro dove, purtroppo, l’assunzione di integratori alimentari, quali il riso rosso fermentato, hanno un ruolo marginale. In questi casi, il ricorso alle statine, che agiscono soprattutto sull’inibizione della produzione del colesterolo endogeno da parte del fegato, è necessario. Demonizzate da più parti, hanno subito un attacco indiscriminato. Non possiamo dire che non abbiano effetti collaterali, ma il più delle volte sono proprio necessarie, inoltre, quelle messe a punto più recentemente, risultano maggiormente tollerate.”

Talvolta alla statina, che va ad agire sul processo di sintesi, si associa anche all’ezetimibe, che ha la funzione di limitare l’assorbimento dello stesso colesterolo. “Ultimamente ci sono anche farmaci di ultima generazione, come gli inibitori di PCSK9 che sono mostrati sicuri ed estremamente efficaci nel ridurre il colesterolo LDL”.

Il paziente che è affetto da ipercolesterolemia familiare, però, non deve schermarsi dietro questa alterazione genetica e pensare che nulla possa fare, oltre ad assumere i farmaci: “Anche per questi soggetti è importante seguire uno stile di vita adeguato, ovvero un’alimentazione varia ma corretta, e praticare un’attività fisica regolare, che aiuta, specie nei pazienti in sovrappeso, a diminuire il gito vita, ad abbassare la pressione arteriosa e a e far rientrare a valori accettabili anche la glicemia, che può trovarsi in concomitanza ad alti valori di colesterolo.”

Per quanto attiene all’alimentazione, il Professor Calabrò sottolinea come: “Per alcuni cibi non è il caso di parlare di abolizione totale, come per i formaggi, quanto di riduzione e moderazione nell’assunzione. Il junk-food, invece, è da eliminare, ma questo vale per tutti e non solo per chi è affetto da ipercolesterolemia familiare”. 

Accanto ai soggetti che sono affetti da tale patologia,  c’è un’altra tipologia di pazienti, ovvero coloro i quali si trovano a dover fronteggiare elevati tassi di colesterolo e trigliceridi nel sangue a causa di un’alimentazione e di uno stile di vita scorretto:” Siamo di fronte da un quadro clinico misto, che in gergo medico chiamiamo dislipidemia, caratterizzato da colesterolo, trigliceridi, basso colesterolo HDL, il cosiddetto colesterolo buono; quadro, anche questo, che conduce allo sviluppo di placche aterosclerotiche. C’è comunque da fare un distinguo necessario: in presenza del solo colesterolo è più facile agire prima che si formino le placche, le quali, senza un trattamento specifico, per loro naturale storia, tendono ad aumentare. Nonostante tutto, chi dovesse riscontrare la presenza di placche aterosclerotiche, ad esempio attraverso un ecocolordoppler dei tronchi sovraortici, non deve sentirsi “bollato”. La placca, grazie alla somministrazione di farmaci, può persino  diminuire”.

Si sente parlare sempre più spesso anche di Sindrome Metabolica: “Anche questa è causata spesso da uno stile di vita scorretto ed è caratterizzata da un aumento della circonferenza della vita, ipertensione arteriosa, ipercolesterolemia, diabete e dislipidemie”

Un cambio di alimentazione unito a un’attività fisica regolare, possono essere d’aiuto per combattere tale sindrome: “Sono sufficienti 30, 40 minuti di camminata a passo sostenuto ogni giorno per 4-5 volte la settimana. La camminata veloce, inoltre, è in grado di far aumentare il colesterolo buono. Bene anche l’assunzione, moderata, di vino rosso che contiene polifenoli”.

                                               Alessandra Fiorilli

Il cantuccino ci racconta la sua storia

Sul finire del 1600 faccio la mia comparsa sulle tavole toscane: custodisco, nel mio impasto, di farina, zucchero e chiara di uovo, come scrive di me la prestigiosa Accademia della Crusca.

Qualche anno dopo aggiungono anche le mandorle, ma bisognerà attendere il 1800 affinché io possa assumere le fattezze che oggi tutti conoscono ed apprezzano.

Ho l’onore di essere portato persino a Parigi, in occasione dell’Esposizione Universale del 1867.

Nasco da un impasto a forma di filoncino  a base di farina, zucchero, uova, burro, miele e mandorle che viene poi tagliato a fette,   e non è un caso che il mio nome cantuccino, derivi proprio “cantellus” che, in latino, significa pezzo o fetta di pane.

I deliziosi cantuccini IGP (foto di Alessandra Fiorilli)

Ho molti fratelli sparsi in tutta Italia: nel Lazio ed in Umbria  si chiamano tozzetti, in Basilicata  stozze e in Sicilia  tagliancozzi. Siamo tutti buoni ma, mentre alcuni di loro sono preparati anche con nocciole o gocce di cioccolata, io seguo l’antica ricetta perché mi fregio del marchio IGP, Indicazione Geografica Protetta.

Il mio compagno di avventure è il Vin Santo, ottenuto da uva trebbiano o malvasia e lasciata appassire dopo la raccolta.

L’aggettivo “Santo” sembra derivi dal fatto che un frate francescano, mentre la peste si era impossessata di Siena, nel XIV secolo, avesse curato dei malati proprio con il vino usato durate la celebrazione eucaristica.

Altri raccontano che  qualcuno, giunto  a Firenze dalla Grecia, assaggiando il vino,  avesse detto che tanto somigliava al loro “Xatos”, il passito greco e da qui, per assonanza, il nome italiano di “Santo”.

Qualunque sia la sua origine, il Vin Santo è il mio compagno preferito perché mi ammorbidisce, rendendomi irresistibile e non c’è mai nessun turista che vada via dalla Toscana senza avermi gustato e io, ogni volta, mi lascio andare languidamente…

                                              Alessandra Fiorilli

HPV: screening, test, vaccino, contagio e rischi, ne parliamo con la Ginecologa Francesca Sagnella.

“E’ in corso uno screening gratuito organizzato dalla Regione Lazio rivolto alle donne di età compresa tra i 30 e i 64 anni, finalizzato alla ricerca del Papilloma Virus (HPV).

Questo test sta sostituendo il pap-test in quanto molto più efficace e sensibile, per la diagnosi precoce delle lesioni del collo dell’utero provocate dall’HPV, le quali possono evolvere in tumori della cervice uterina”.

Inizia così l’intervista con la Dottoressa Francesca Sagnella, Specialista in Ginecologia e Ostetricia, Dottore di Ricerca in Fisiopatologia della Riproduzione Umana, la quale, in merito a questa novità nel campo dello screening per l’individuazione del tumore al collo dell’utero, così si esprime :” Molte pazienti mi hanno chiesto delucidazioni riguardo all’invito, ricevuto dalle ASL di appartenenza, a sottoporsi al programma di prevenzione del tumore del collo dell’utero. Questa intervista è un’ottima occasione per fare chiarezza sull’argomento. L’HPV è considerato ilprincipale responsabile dei tumori della cervice uterina; ne sono stati individuati circa 200 ceppi,ma soltanto  alcuni di loro sono a rischio oncogeno (ceppi ad alto rischio).

Il test HPV HR offerto dalla Regione Lazio individua i ceppi ad alto rischio (HR), e pertanto le donne maggiormente predisposte a sviluppare lesioni precancerose indotte dal virus. In caso di esito negativo, il test verrà ripetuto dopo 5 anni.Nel caso in cui il test rilevi la presenza dell’HPV, verrà analizzato anche il vetrino del PAP test, prelevato contestualmente”.

La Dottoressa Francesca Sagnella, Ginecologa

E le donne che contraggono l’HPV cosa debbono fare? Non esistono ancora medicine per curare l’HPV. Quel che possiamo fare è trattare le eventuali lesioni provocate dal virus. L’esame da fare, in caso di positività del test, è la colposcopia, ovvero un ingrandimento del collo dell’utero; se poi la situazione richiede un approfondimento, si esegue una biopsia e, in caso di necessità, si asporta la porzione del collo dell’utero sede della lesione (conizzazione) “.

Le donne che contraggono il virus dell’HPV hanno timore che ciò possa avere ripercussioni sulla fertilità: Nella maggior parte dei casi non ci sono conseguenze sulla fertilità e l’infezione da HPV non costituisce una controindicazione al parto vaginale, salvo particolari eccezioni. Tuttavia, inalcuni casi, è possibile che aumenti il rischio di alcune problematiche ostetriche come, ad esempio,il parto pretermine. Questa complicanza è più probabile qualora la paziente abbia subito una conizzazione molto estesa.”

Si tratta di un esame invasivo? ”Assolutamente no: la modalità di esecuzione del prelievo di celluleper l’HPV test è semplice e sovrapponibile a quella che si utilizza per il Pap-test.

L’analisi di laboratorio è invece molto più complessa, trattandosi di un test genetico che va a ricercare il DNA del virus. Per questo motivo ha un costo più elevato”.

Non a tutte le donne è consigliato sostituire il pap-test con l’HPV test: Nelle più giovani si preferisce effettuare il pap-test, in quanto si stima che circa l’80% delle donne, di età compresa tra i 20 e i 35 anni, contragga il virus dell’HPV almeno una volta nella vita, con conseguente risoluzione spontanea dell’infezione. Si stima che il virus venga eliminato spontaneamente nel 50% dei casi entro un anno e nell’80% dei casi entro due anni”.

La principale via di trasmissione: “E’ quella sessuale, anche in assenza di rapporti completi, inquanto può avvenire anche attraverso il contatto tra mani e mucose o tra le mucose stesse. Anche il profilattico è meno efficace nel proteggere dall’HPV, rispetto ad altre infezioni , proprio perché copre solo una parte delle zone potenzialmente “abitate” dal virus”.

In caso di esito positivo dell’HPV test: “Il Partner deve essere informato, ovviamente, ma c’è da dire anche che tale virus non sempre si manifesta e spesso l’uomo può essere un portatore sano, avendo potuto contrarlo molto tempo prima, magari da un’altra donna”.

Cosa si può fare, quindi, per prevenire questa infezione? : L’unico metodo per prevenire l’infezioneè la vaccinazione. Dal 2008 è partita la campagna di vaccinazione gratuita, per le ragazze nel 12° anno di vita; dal 2017 la stessa vaccinazione è rivolta anche ai maschi”.

Che tipo di protezione offre il vaccino HPV?: “Esistono diversi vaccini che si distinguono per il numero di ceppi contro i quali è attivo. Il vaccino che viene utilizzato attualmente (Gardasil 9) è rivolto contro 9 ceppi, tra i quali i 7 più pericolosi (responsabili del 90% circa dei tumori della cervice) e due ceppi a basso rischio, responsabili dei condilomi genitali”.

Molte mamme temono che il vaccino possa essere pericoloso. Come possiamo rassicurarle?

Il vaccino è sicuro in quanto si va ad inoculare soltanto l’”involucro vuoto” del virus, non il suo DNA. Pertanto NON può infettare. In tal modo induce il sistema immunitario a produrre anticorpi specifici”

Le possibili reazioni al vaccino: “ Sono quelle comuni, come una lieve alterazione della temperatura,dolori muscolari, fastidio nel sito dell’inoculazione; tutti effetti che, però, scompaiono in poco tempo”.

E’ possibile vaccinarsi anche oltre i 12 anni: “L’efficacia del vaccino è massima in chi non ha mai contratto il virus; la maggior parte degli studi che la documentano, ha preso in considerazione donne tra i 16 e i 25 anni, ma studi recenti ne evidenziano una certa utilità anche tra i 26 e i 45anni; in questa fascia è più probabile che la donna abbia già contratto alcuni ceppi, ma lavaccinazione potrebbe coprirne altri”.

                                                                 Alessandra Fiorilli

Il Dottor Rolando Alessio Bolognino, Biologo Nutrizionista, ci parla del profondo significato della “dieta”, con uno sguardo rivolto a quella da seguire nella Terza Età.

Ogni fascia d’età presenta aspetti peculiari, da un punto di vista ormonale, che richiedono una dieta specifica.

Dieta…quante volte abbiamo letto e sentito questa parola e quante volte è stata associata a un regime alimentare sinonimo di privazione e talvolta persino di “fame”: tale termine, invece, è da leggere nel suo aspetto etimologico per comprenderlo completamente.

“Dieta” deriva dal greco “daita” e significa regime di vita che ha come suo pilastro un’alimentazione sana ed equilibrata avente come obiettivo il benessere a la salute, non dimenticando del tutto i piaceri della buona tavola.

Come già accennato all’inizio, un regime sano ed equilibrato è indicato ad ogni età, ma ci sono delle fasce o delle condizioni che ne richiedono uno ancora più specifico: è il caso dei bambini, degli adolescenti, delle donne in gravidanza, in allattamento  o in menopausa, degli anziani ma anche di coloro che sono in sovrappeso o obesi o di chi è affetto da particolari patologie.

Anche gli sportivi o chi segue un regime alimentare vegetariano o vegano ha necessità di seguire un’alimentazione specifica.

Dei vari aspetti di una dieta, con un’ attenzione rivolta a quella per la Terza Età, ne parliamo con il Dottor Rolando Alessio Bolognino, Biologo Nutrizionista, Professore al Master in Scienze della Nutrizione e Dietetica presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, Professore al Master in Medicina Oncologica Integrata presso l’Università degli Studi di Roma “Guglielmo Marconi”, Istruttore di protocolli Mindfulness per la riduzione dello stress. Autore di libri ed esperto scientifico sulle reti nazionali, nelle trasmissioni “Uno Mattina”, “La Prova del cuoco”, “Buongiorno Benessere” su RAI 1, su “Tutta Salute” su RAI 3, Rete 4, LA7,  Sky.

Il Dottor Rolando Alessio Bolognino (Foto per gentile concessione del Dottor Rolando Alessio Bolognino)

L’anziano, fino alla metà del secolo scorso, era il nonno che, terminata la sua attività lavorativa, era a casa, quasi del tutto privo di interessi e che si accontentava di non aver malattie per dire di star bene.

Ma il benessere, oggi, è fatto di tante sfaccettature e non è più, fortunatamente, solo assenza di patologie, ma è un discorso che spazia dall’alimentazione all’attività fisica.

Per questo parliamo con il Dottor Bolognino dello stile di vita da tenere nella Terza Età.

Molti anziani hanno la tendenza a dimagrire, per disturbi legati alla masticazione o al gusto, ad esempio, o ad ingrassare, spesso per sedentarietà e assenza di attività fisica. E’ per questo che bisogna valutare attentamente, anche per l’anziano, i bisogni reali dell’individuo e le necessità. Come discorso molto generale sull’alimentazione, possiamo dire che eliminare cibi dalla dieta, a meno che non ci sia una patologia che lo richieda, non è mai un bene”.

L’anziano che vuole vivere bene la sua età: “Deve fare pasti piccoli e frequenti: mangiare per prevenire la fame, questa è la parola d’ordine. Così come è importante bere molto prima ancora che arrivi la sete, perché a quel punto c’è persino il rischio di disidratazione”.

Con il passare degli anni, ciascuno di noi, inevitabilmente, va incontro ad una perdita di massa muscolare Perdiamo ogni anno tra lo 0,1 o lo 0,4 % del muscolo, e questo fenomeno prende il nome di sarcopenia. E’ inevitabile, ma possiamo tutelarci mangiando bene e cercando di modificare lo stile di vita”.

A tal proposito, il Dottor Bolognino fa un distinguo tra: Vita attiva, quindi muoversi a piedi, salire le scale, passeggiare in bicicletta” e Attività sportiva, caratterizzata da un inizio e da una fine dell’allenamento e da un’intensità di lavoro programmata”.

Per la Terza Età, specie le donne, molto indicate sono : “Yoga, pilates, posturale, attività dolci che favoriscono comunque l’allungamento e la tonicità muscolare”.

Il sesso femminile deve fronteggiare, infatti, con il passare degli anni anche l’osteoporosi: Lo stadio precedente all’osteoporosi è quello dell’osteopania, ovvero la perdita di calcio da parte delle ossa. Per rallentarne il processo, anche in questo caso, a fare la differenza è il movimento, ovvero portare il carico sull’osso stimola quest’ultimo a trattenere il calcio e rimanere elastico. Quando il calcio, invece, non viene trattenuto dalla matrice ossea questa cristallizza divenendo fragile”.

Tornado alla dieta per la Terza Età, Il primo alimento magico è l’acqua oligominerale con residuo fisso (la  quantità di minerali disciolti) tra i 100 e i 200 mg/l “

Attenzione al latte, spesso non sufficiente per contrastare l’osteoporosi: “In realtà ho più successo quando tolgo il latte dalla dieta che quando lo inserisco. Al suo posto è da preferire lo yogurt, più digeribile e che ci permette di assumere calcio durante gli spuntini, quindi a metà mattina o a metà pomeriggio.”

Bene anche i: Formaggi magri, con una percentuale di grassi tra il 10 e il 12%, quale la ricotta di mucca o un buon formaggio stagionato come il parmigiano, ottimi come scelta per un secondo”.

Il cibo non è solo una necessaria fonte di sostentamento, ma ha un potere ancora poco conosciuto: “Occupandomi di nutrizione oncologica, ho potuto constatare come modificando la propria alimentazione, andando a preferire alcuni alimenti specifici durante la chemioterapia escludendone alcuni, consenta al paziente di ridurre drasticamente gli effetti negativi quali la nausea e il vomito”.

L’alimentazione è anche da considerarsi, quindi come: Cura e prevenzione”, tanto che “Alcuni tipi di tumore, come quello del colon e del seno hanno un rapporto fino al 70% con il cibo”.

E per quanto attiene all’uso di integratori, il Dottor Bolognino così si esprime:   “E’ da considerare solo se necessario. Assistiamo oggi a un fenomeno particolare: siamo una società alla ricerca del “senza”: glutine, lattosio, zucchero, grassi. Paghiamo di più per avere meno! E poi andiamo continuamente alla ricerca di integratori! L’eventuale uso di integratori è da valutare caso per caso”.

La dieta equilibrata: “Con alimenti di stagione è il toccasana per qualsiasi fascia di età e agli anziani:E’ consigliato assumere proteine in piccole quantità e facilmente digeribili. Quindi bene carne magra e sottile, pesce azzurro, uova purché siano di classe 0/1 (quindi allevate a terra), legumi. Ogni giorno poi consiglierei di inserire una centrifuga/estratto di verdura quali finocchio, carota, rapa, crescione, broccolo, spinacio, zenzero e un frutto, per rendere il sapore più gradevole”.

Al termine dell’intervista ringrazio il Dottor Bolognino non solo per i suoi preziosi consigli, ma soprattutto per la chiara incisività del suo messaggio, forte di una competenza in campo della nutrizione, ma soprattutto di una grande  passione per il proprio lavoro.

E grazie perché il Dottor Bolognino ci ha fatto comprendere come siano poche, ma fondamentali le regole da seguire per stare in salute.

Perché la vita, se non afflitta da patologie, è bella, ricca, piena, a qualsiasi età.

Alessandra Fiorilli

Aritmie e tachicardie in quest’intervista con uno dei maggiori esperti italiani: il Dottor Massimo Grimaldi, Cardiologo.

Accompagna ogni singolo nostro respiro, si emoziona con noi, asseconda paura e timori, ma anche gioie e felicità.

E’ l’emblema stesso dell’essere in vita e, nel corso dei secoli, è stato osannato da poeti, letterati,  musicisti.

Rappresenta l’amore, impariamo a disegnarlo sin da piccoli e, da quando sono comparse le emoticon, il suo simbolo è tra i più usati.

Stiamo parlando del cuore, di quest’organo che percepiamo, che sentiamo, e la cui variazione di ritmo e velocità, se non dovuta a fattori esterni oggettivamente rilevabili, ci mette in allarme.

Il campo delle aritmie e delle tachicardie è vasto e, per far chiarezza, ho intervistato uno dei maggiori esperti della cardiologia italiana: il Dottor Massimo Grimaldi, il quale, nel 2017 ha ricevuto il premio come miglior cardiologo d’Italia ai Top Doctord Awards, con la seguente motivazione: “Premio all’eccellenza come specialista di prim’ordine conferito dalla comunità medica italiana attraverso le segnalazioni ricevute durante il 2017.”

Il Dottor Massimo Grimaldi, Cardiologo (foto per gentile concessione del Dottor Massimo Grimaldi)

La branca che studia la formazione e la conduzione degli impulsi elettrici del cuore è quella dell’Elettrofisiologia Cardiaca. L’ Aritmologia   si occupa dei disturbi del ritmo cardiaco e proprio dell’Unità Operativa Semplice Dipartimentale di Artimologia il Dottor Grimaldi è il Responsabile, presso l’Ospedale F. Mulli di Acquaviva delle Fonti, Bari,  e sempre di questa branca è stato docente presso la Scuola di Specializzazione in Cardiologia presso l’Università di Foggia.

Dopo il conseguimento della Laurea con lode in Medicina e Chirurgia presso l’Università di Bari, si specializza in Cardiologia presso lo stesso ateneo, per conseguire poi il Dottorato di Ricerca in Fisiopatologia e Clinica dell’Apparato Cardiovascolare e Respiratorio presso l’Università di Pisa.

Esperienze maturate all’estero, numerose pubblicazioni a carattere scientifico, circa 6000 ablazioni transcatetere, completano il brillante e ricco curriculum del Dottor Grimaldi, il quale, in merito  alle aritmie, così si esprime:

Il cuore è un muscolo e ha bisogno di un impulso elettrico per  attivare la contrazione.  Normalmente il cuore si contrae per 60-80  battiti al minuto (b/m), nel momento in cui si registra una perdita di ritmicità  o un incremento (oltre i 100 b/m) o una diminuzione (al di sotto di 60 b/m) di tali battiti, parliamo di aritmia, che può essere fisiologica o patologica”.

Quante volte, a causa di un’emozione o di uno sforzo, avvertiamo che il nostro cuore sta battendo più velocemente; anche la febbre o la digestione accelerano la frequenza cardiaca. Ecco :”Tutte queste situazioni generano tachicardie che si definiscono fisiologiche in quanto sono provocate da una normale reazione del nostro organismo. Nulla di cui preoccuparsi se il cuore arriva a registrare, limitatamente a quel contesto, anche i 180 battiti al minuto”.

Importante è anche la modalità in cui il cuore accelera i suoi battiti, se avviene Gradualmente e  torna alla sua velocità normale in modo progressivo, non c’è nulla di cui allarmarsi, solitamente si tratta di tachciardie fisiologiche. Di contro quando l’accelerazione è improvvisa, brusca quasi sempre si tratta di tachicardie patologiche.”

L’aritmia assume fattezze che possono destare preoccupazione, richiedendo, così, il ricorso a uno specialista, :”L’aritmia che deve destare allarme è quella che insorge in maniera immotivata, ovvero non a causa di un’emozione o di uno sforzo. L’aumento, inoltre, dovrà essere brusco e il cambio di ritmo repentino. Pertanto, quando i battiti superano, velocemente e senza motivo, i 150-160 b/m, è il caso di approfondire, perché molto probabilmente ci troviamo di fronte ad un’aritmia patologica”.

Le tachicardie dunque possono essere sia fisiologiche che patologiche, ma quelle patologiche sono sempre pericolose? Possiamo dividere le tachicardie in due gruppi: quelle sopraventricolari che generalmente sono soltanto fastidiose e che provengono dagli atri, e quelle ventricolari, che invece nascono nei ventricoli, e che possono anche essere a rischio di vita. Quando le tachicardie causano una sincope, ovvero una perdita transitoria di coscienza, possono essere particolarmente pericolose ed è opportuno chiamare immediatamente il 118”. Tra le tachicardie sopraventricolari, ricordiamo la fibrillazione atriale, che è caratterizzata da un battito particolarmente irregolare. Questa aritmia non è immediatamente pericolosa per la vita, ma aumenta notevolmente il rischio di ischemie cerebrali se non opportunamente trattata.

La tachicardia:” Si può rilevare anche con un semplice elettrocardiogramma, che è un esame fondamentale. Nei casi in cui gli episodi sono sporadici la diagnosi può essere posta con un elettrocardiogramma di lunga durata chiamato ECG- secondo Holter. La durata del monitoraggio solitamente è di 24 ore ma può arrivare ad oltre 3 anni: in quest’ultimo caso, l’apparecchio è sottocutaneo e viene iniettato quasi come un micro-chip”.

Altro evento spesso viene riferito dai pazienti è quello del: Colpo in gola, che in realtà è un sintomo causato da un’extrasistole, ovvero una contrazione anticipata del cuore.  Queste, nonostante il paziente le avverta come fastidiose, nella maggior parte dei casi sono benigne, tuttavia se il soggetto è affetto da altre patologie cardiache o se avverte dolori al petto, sincopi o presincopi è meglio che consulti un medico”.

Ringrazio il Dottor Grimaldi per la sua grande capacità di aver illustrato, in maniera semplice e accurata le manifestazioni più frequenti legate alle aritmie cardiache.

                                            Alessandra Fiorilli                                                     

La Lenticchia di Castelluccio di Norcia: quando la storia e le tradizioni creano un capolavoro senza tempo.

Sono state le protagoniste delle festività natalizie da poco trascorse.

Si dice che portino fortuna e denaro, ecco perché le si mangiano appena scoccata la mezzanotte che saluta il nuovo anno.

Ma loro, dalla forma tondeggiante e dal colore che va dal verde al marroncino passando per una screziatura arancio, sono presenti sulla tavola degli uomini sin dai tempi antichissimi, quando venivano coltivate nell’area dell’Asia minore.

Protagoniste anche in un racconto biblico nel libro della Genesi della Sacra Bibbia, sono state per secoli chiamate “la carne dei poveri” perché ricche di proteine e ferro.

Stiamo parlando delle lenticchie, le cui più famose sono quelle di Castelluccio di Norcia, che hanno ottenuto, nel 1997, il marchio IGP (Indicazione Geografica Protetta).

Coltivate in quest’area a 1500 metri sul livello del mare già nel  3000 a.C.,  la pratica della coltivazione  segue, da tempo immemore, sempre lo stesso rituale: il terreno nel quale verranno messe a dimore viene arato in primavera, la semina avviene tra marzo e maggio e proprio da maggio fino alla prima metà luglio, si ha il momento della loro fioritura, uno spettacolo davanti al quale centinaia di migliaia di turisti rimangono affascinati.

Le lenticchie di Castelluccio di Norcia (foto di Alessandra Fiorilli)

La sua forma schiacciata e tondeggiante, fanno della lenticchia di Castelluccio un vero capolavoro artistico che diventa poi, anche culinario, grazie alla sua buccia fine che, però, non si sfalda dopo i venti minuti di cottura richiesti.

E’ la natura nella quale nasce e cresce a renderla così unica: la sua dimora è un altopiano che sorge su un fondo di un lago risalente all’epoca preistorica e che si è prosciugato. L’inverno rigido, l’innevamento e le gelate che ne conseguono, rendono il terreno particolarmente favorevole alla coltivazione, preservando altresì la lenticchia dall’attacco dei parassiti e questo consente anche di non usare sostanze chimiche e di continuare una coltivazione biologica.

La forma e il colore delle lenticchie IGP (foto di Alessandra Fiorilli)

Come piatto unico, in zuppe o accompagnata dalla pasta, come compagna di formaggi saporiti, la lenticchia di Castelluccio di Norcia è un capolavoro tutto da gustare.

                                                    Alessandra Fiorilli

Il Natale siciliano profuma di ritorni, della tradizionale Scaccia fatte in casa, di miele, di mandorle…

Una terra come quella siciliana, che ha vissuto un esodo massiccio tra gli anni ’60 e ’70 del secolo scorso,  non attende altro che i  suoi figli sbarchino dagli aerei o dal traghetto che attraversa quel lembo di mare che la separa dalla Calabria.

E cosa è Natale se non un ritorno a casa, tra le braccia dei propri familiari, tra gli odori di una terra mai dimenticata?

E cosa è Natale se non preparare, in onore di chi ritorna in occasione del Natale, la tradizionale Scaccia cotta ancora nel  focolare domestico?

Una tipica Scaccia ragusana

Semplice ma gustosa, la Scaccia è   una sorta di pizza-pane preparata con farina di semola di grano duro, lievito di birra e sale, ingredienti che, impastati insieme e fatti crescere,  vengono poi lavorati nuovamente aggiungendo dell’olio extra vergine di oliva. L’impasto così ottenuto viene poi divisi  in tanti panetti che vengono spianati. Poi si comincia a preparare il ripieno: la ricetta vuole che ci sia, al suo interno,  la ricotta, le cipolline, l’uomo sbattuto e il formaggio. Il composto viene poi messo nella sfoglia di pasta e arrotolato sui bordi. Dopo aver passato sulla superficie un po’ d’olio, la Scaccia è pronta per  essere infornata per circa mezz’ora in quel forno in pietra ancora ospitato in molti casolari di campagna.

…di nuovo la tipica Scaccia…

La storia vuole che la Scaccia arrivò, per la prima volta sulla tavole natalizia, nel 1763, quando il Principe Moncada, la volle per celebrare la Santa Festività:  da allora è sinonimo di Natale, di famiglia, di ritorni.

Tra i  dolci tipici siciliani del periodo natalizio, invece, spicca il famoso torrone di mandorle, noto anche con il nome di cubaita, di origine saracena, tanto che il termine arabo qubbait  significa proprio mandorlato.

Il tradizionale torrone alla mandorla (foto per gentile concessione di Dora Paternò)

La ricetta più diffusa e tipica, infatti,  vuole che siano utilizzate per la preparazione solo le mandorle unite a  zucchero e miele,  anche se ci sono varianti nell’uso della frutta secca: c’è chi preferisce preparare il torrone con i tipici e famosi pistacchi dell’area etnea in provincia di Catania o con il sesamo.

Tipici della zona di Ragusa,  anche le praline di cioccolato  con la pasta  di mandorle mista a cacao. Tradizione vuole che le prime a preparare questi deliziosi dolcetti siano state le suore del Monastero di San Carlo di Erice, e sempre in un Convento, quello di Martorana, a Palermo, nacque la pasta di mandorla, usata per la preparazione di rinomati dolci.

Le praline con pasta di mandorla e cacao (foto per gentile concessione di Dora Paternò))

E anche se la Scaccia, il torrone alla mandorla, i pasticcini, possono essere preparati anche  durante tutto l’anno, la magia dell’atmosfera natalizia regala loro un gusto unico e particolare, capace di arrivare sin  dentro l’animo.

…e i famosi pasticcini alla pasta di mandorle (foto per gentile concessione di Dora Paternò)

                                                           Alessandra Fiorilli