Alzheimer: grazie alla Ricerca, oggi è possibile parlare di Diagnosi Precoce e Prevenzione. Intervista al Professor Giovanni Battista Frisoni, tra i maggiori esperti in campo internazionale.

C’è una caratteristica comune che lega tutte le malattie gravi, quelle che nell’immaginario collettivo difficilmente lasciano scampo, perché quasi incurabili, o perché rappresentano un tunnel nel quale, una volta entrati, non è possibile più uscirne.

E’ stato così per il cancro, di cui si aveva timore persino a pronunciarne il nome, bollandolo semplicemente come “Il brutto male”, è stato, ed è ancora così,  per l’Alzheimer, malattia, questa, che fa ancora più paura perché, gettando un’angosciosa ipoteca sul futuro, è in grado di cancellare ciò che maggiormente ci distingue gli uni dagli altri: la memoria, la personalità, le abitudini, il nostro vissuto fatto di ricordi, atti, azioni, emozioni.

Fortunatamente, grazie alla ricerca, oggi possiamo parlare di Diagnosi Precoce e di Prevenzione anche per la malattia di Alzheimer: a delinearci questi aspetti è il Professor Giovanni Battista Frisoni, Direttore del Centro della Memoria all’Ospedale Universitario di Ginevra, Professore Ordinario di Neuroscienze cliniche presso la locale Università e già Direttore Scientifico dell’IRCCS Centro di San Giovanni di Dio “Fatebenefratelli” di Brescia.

“Iniziamo con l’illustrare la patofisiologia della malattia di Alzheimer, ovvero  le tappe che portano una persona completamente  sana a sviluppare disturbi cognitivi prima, e  perdita di autonomia, poi. Quello che abbiamo imparato negli ultimi anni è che ciò che accomuna l’Alzheimer a tutte le altre malattie degenerative, è  la lunghissima  fase preparatoria, di  15-20 anni, durante la quale il cervello comincia a sviluppare delle alterazioni patologiche,  inizialmente molto leggere, poi sempre più  gravi, che portano, pian piano e lentamente,  il cervello a non riuscire più ad effettuare tutte le attività cognitive con la stessa efficacia di un tempo. Tali cambiamenti sono il risultato di una deposizione di proteine neurotossiche, un fattore, questo, che è comune a molte malattie neurodegenerative, quali, ad esempio,  la malattia di Parkinson o la sclerosi laterale amiotrofica. Ciò che caratterizza e differenzia le suddette malattie, è il tipo di proteina neurotossica  e la zona del cervello nella quale va a depositarsi.

Quelle che si riscontrano nell’Alzheimer sono la proteina beta-amiloide e la proteina Tau,  che vanno a depositarsi nelle zone del cervello deputate ai processi della registrazione e consolidazione delle tracce mnesiche, ovvero della memoria.

La deposizione di tali proteine inizia 15-20 anni prima che compaiano i sintomi  e, iniziando  nelle zone della memoria, si allarga progressivamente, fino a coinvolgere il cervello  quasi  completamente”

Grazie alla Ricerca, oggi è possibile parlare anche per questa malattia di Diagnosi Precoce: “  E’ possibile quando c’è già il riconoscimento della malattia in persone che hanno, appunto, superato la soglia dei disturbi di memoria, in altre parole dopo quei 15-20 anni nei quali le proteine si sono accumulate nel cervello. C’è da dire, però, che  non tutti i disturbi di memoria sono legati alla malattia d’Alzheimer, si possono infatti avere delle dimenticanze più del normale,  legate a situazioni di stress, depressione, disturbi del sonno, solitudine, neoplasie, disturbi di circolazione celebrale, scompensi glicemici, e molte altre cause ancora. La diagnosi precoce permette di capire se i disturbi di memoria di una persona sono dovuti a una di queste condizioni o a una malattia di Alzheimer. Per far questo, si effettua una puntura lombare e un prelievo del  liquido cerebrospinale, lo stesso liquido acquoso nel quale il cervello è immerso. Oltre alla puntura lombare si può effettuare anche la scintigrafia cerebrale che ci permette di vedere quali parti del cervello tali proteine hanno colpito”.

Alzheimer e Prevenzione, sia primaria che secondaria: un binomio che, almeno sino a un po’ di tempo fa, sembrava impossibile, ma oggi non più.

“La Prevenzione primaria riguarda tutti quegli interventi che possono essere posti in essere in qualsiasi momento prima dell’insorgenza dei sintomi, dall’infanzia all’età adulta. La si fa per così dire “a pioggia”, con attenzione agli stili di vita, quali un’attività fisica regolare, un’alimentazione basata sulla dieta mediterranea, un’adeguata attività mentale, il  controllo di malattie  croniche quali ipertensione e ipercolesterolemia. Sono da evitare assolutamente le sostanze tossiche per il cervello quali droghe e da limitare altre sostanze neurotossiche, quali fumo e alcool”.

In un futuro non molto lontano, inoltre :” La prevenzione ci permetterà  di identificare le persone a rischio e trattare solo quelle realizzando, così una prevenzione molto più mirata, che chiamiamo prevenzione secondaria.  Sono in corso, infatti, trial clinici di somministrazione di medicinali su persone sane ma con amiloidosi  cerebrale, nelle quali vengono testati  farmaci anti-amiloide. In questi trial speriamo si potrà dimostrare che le persone che ricevono il farmaco, pur essendo ad   alto rischio, svilupperanno una demenza meno frequentemente delle persone  non trattate farmacologicamente. Quello che stiamo cercando di fare è di seguire una procedura simile  a quella che si ha per le malattie cardiovascolari. Si tratta il paziente con ipertensione o ipercolesterolemia, ad esempio, prima che lo stesso incorra in  un infarto o un ictus. Solo che tenere sotto controllo la pressione, il colesterolo o il diabete è molto più semplice rispetto alla misurazione delle proteine neurotossiche  attraverso puntura lombare o PET,  che sono molto più  complicate e costose. Quello che sarà, invece, possibile fare prossimamente è misurare nel sangue le proteine neurotossiche amiloide e tau grazie a macchine sofisticatissime di ultimissima generazione che permetteranno di individuare persone ad alto rischio di sviluppare la malattia”.

La speranza che si possa parlare di Alzheimer in modo differente rispetto al passato arriva da una grande notizia: “Proprio quest’anno, a giugno, la FDA ha approvato il primo farmaco che in persone con malattia di Alzheimer ne rallenta di circa il 23% la progressione. La notizia ha fatto rumore  perché  c’è una rassegnazione sociale nei confronti della malattia di Alzheimer, in quanto percepita come  incurabile, di fronte alla quale non c’è nulla che si possa fare. Ebbene, questi farmaci, cambieranno anche la percezione della malattia”.

Un altro grande traguardo sarà raggiunto tra breve: “Attualmente test ematici per rilevare eventuali marcatori non si hanno ancora nella fase di pratica clinica, ma solo nei progetti di ricerca, anche se potremmo sperare di averli tra circa 2 anni, mentre programmi di prevenzione potranno essere in atto fra 5-10 anni. E’ una sfida enorme ma non impossibile, se pensiamo ai grandi passi in avanti che sono stati fatti in questo campo.   Basti pensare che quando io, quasi 30 anni fa, giovane medico, iniziai in questo campo, un mio collega del centro Fatebenefratelli pubblicò un articolo, dal significativo titolo:  “Alzheimer: malattia  o nebulosa”. Alcuni non ne parlavano neanche in termini di malattia e oggi stiamo lavorando a programmi di prevenzione”

E se tanto è stato fatto per questa malattia che fa ancora tanta paura, e se oggi c’è una speranza, sorretta da Ricerca sul campo, lo dobbiamo anche  medici come il Professor Giovanni Battista Frisoni, appassionato, e che  a tanta scienza affianca un’umanità palpabile e una grande vicinanza alle famiglie e ai pazienti di questa malattia che viene ancora  chiamata quella “ del lungo addio”.

                                               Alessandra Fiorilli

L’olio d’oliva: esaltato da Omero e Ippocrate, oggi pilastro della dieta mediterranea grazie alle sua eccellenti caratteristiche e qualità delle quali ci parla il Professor Rolando Alessio Bolognino.

“Oro liquido”, “La grande medicina”: sono queste le definizioni con le quali, rispettivamente, il grande scrittore  Omero e Ippocrate, il padre della medicina, tributavano all’olio d’oliva.

Il condimento simbolo della dieta mediterranea, era infatti usato, nei tempi antichi,  anche per curare  dermatiti e per lenire la sintomatologia legata all’apparato gastrointestinale.

Per conoscere a fondo questo alimento abbiamo parlato con il Professor Rolando Alessio Bolognino, Ricercatore e biologo nutrizionista in campo oncologico e di prevenzione, esperto in alimentazione sportiva, Docente universitario a contratto presso l’università Unitelma La Sapienza di Roma, l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, l’Università degli Studi di Catania, Istruttore Protocolli Mindfulness. Autore di libri e pubblicazioni scientifiche, divulgatore scientifico in radio e televisione.

Siamo abituati a vedere, sugli scaffali dei negozi, molti tipi di olio di oliva, ma ciascuno presenta delle caratteristiche proprie, come ci illustra il Professor Bolognino: “La Comunità Europea classifica le diverse tipologie di olio di oliva sulla base di tre elementi: la percentuale di acidità libera, il tipo di processo attraverso cui è stato ottenuto il prodotto e l’analisi organolettica. Ad esempio l’olio extra vergine di oliva deve presentare un tasso di acidità non superiore allo 0,8% e un gusto assolutamente perfetto. L’Italia è un Paese stupendo, ricco di diverse cultivar , capaci di dare all’olio EVO, così come al vino, diversi profumi e diverse fragranze”.

Nell’immaginario collettivo l’olio è considerato un condimento, mentre, invece, è classificato, per le sue peculiarità, un vero e proprio alimento: “In quanto presenta una composizione lipidica pari al 99%, oltre ad una frazione minore di sostanze che esercitano azioni protettive per il nostro organismo, come polifenoli e vitamina E. Può infatti essere considerato un alimento funzionale, ovvero un alimento che ha la capacità di influire su una o più funzioni fisiologiche”.

E se, come abbiamo già detto, Ippocrate usava le proprietà medicamentose dell’olio d’oliva, oggi continua a rivestire un ruolo fondamentale per la nostra salute, un prezioso alleato, come afferma il Professor Bolognino: “L’olio extravergine di oliva viene considerato l’“oro liquido” della dieta mediterranea. Gli effetti positivi derivano principalmente dalla presenza di polifenoli e vitamina E. Questi ingredienti svolgono un’azione antiossidante in quanto salvaguardano le membrane lipidiche, prevenendo fenomeni di ossidazione. Inoltre, i polifenoli mostrano proprietà ipocolesterolemizzanti, poiché, in sinergia con l’azione dell’acido oleico, promuovono un abbassamento del colesterolo LDL ed un innalzamento del colesterolo HDL”.

Ottimale è consumare l’olio a crudo, come sottolinea il Professor Bolognino: “In questo modo   viene mantenuto inalterato il patrimonio di sostanze antiossidanti, preziose per il nostro organismo perché permettono di combattere l’infiammazione e l’invecchiamento cellulare provocato dai radicali liberi. Invece l’olio cotto, come tutti i grassi in cottura, tende a subire l’ossidazione e perossidazione dei grassi, con produzione di sostanze tossiche, come i lipoperossidi. In più, a livello gustativo, il consumo a crudo ci permette di apprezzarne maggiormente le note e gli odori che caratterizzano questo straordinario prodotto. Dunque ne guadagna sia la salute che il palato!”.

Molti anni fa si ebbe un dibattito, che correva lungo il linguaggio pubblicitario, nel quale l’uso dell’olio d’oliva per le fritture casalinghe era particolarmente demonizzato, chiedo al Professor Bolognino se, al contrario di quanto si è detto, lo si possa usare anche per le fritture: “E’ un ottimo prodotto per friggere, ma ha un punto di fumo inferiore ad alcuni oli di semi, come quello di girasole . Inoltre la sua struttura renderebbe il prodotto finale un po’ pesante, quindi assolutamente non adatto a fritti vegetali o di piccoli pesci. Ricordiamo che al superamento del punto di fumo viene favorita la produzione di acroleina, sostanza nociva che esercita un’azione tossica per il fegato, ma anche irritante nei confronti della mucosa gastrica”.

Grande attenzione, negli ultimi anni, verso i prodotti Bio. Anche l’olio è da preferire biologico?

È sempre bene prediligere un olio biologico sia perché viene meno l’utilizzo dei pesticidi sulle olive, impiegati per contrastare l’azione dei parassiti, sia perché nelle grandi aziende produttrici vengono spesso utilizzate delle sostanze chimiche che correggono le impurità e i valori di rancidità dell’olio. In più, un olio biologico è garanzia che tutti i processi adottati per la realizzazione del prodotto, dunque dalla coltivazione della pianta fino all’ immissione in commercio, siano stati realizzati in un determinato territorio rispettando i processi di crescita e trasformazione dell’oliva”.

Da prestare attenzione, nel momento in cui lo si acquista, alla dicitura “spremitura a freddo” che dovrebbe comparire sull’etichetta: “Le alte temperature possono contribuire alla dispersione di sostanze fenoliche, vitamine termolabili (la vitamina C e le vitamine del gruppo B) e acidi grassi polinsaturi omega-3 e omega-6, ma anche al peggioramento dei caratteri organolettici. Attraverso la spremitura a caldo, alcuni caratteri come la piccantezza o l’amarezza vengono persi, facendo emergere delle note dolci “piatte”. In più, bisogna considerare che proporzionalmente all’aumento della temperatura impiegata durante processo di estrazione, vi è una maggior appiattimento dell’aroma fruttato”.

Essenziale anche il colore della bottiglia: “Anche il packaging influisce sulla qualità di un buon olio. È consigliabile che sia conservato in bottiglie di vetro scuro, in modo tale che venga protetto dall’esposizione alla luce. Questa, infatti, può provocare fenomeni di foto-ossidazione responsabili dell’irrancidimento dell’olio e della perdita di preziose sostanze polifenoliche, come l’oleuropeina e l’olecantale, sostanze molto attive anche nella prevenzione oncologica”.

Diete ipocaloriche e olio: vediamo qual è il giusto equilibrio : “L’olio di oliva è un alimento che non deve mancare all’interno di una sana e corretta alimentazione, dunque anche nelle diete ipocaloriche. L’importante è che la composizione dei macronutrienti (proteine, carboidrati e lipidi) sia ben bilanciata. Consideriamo che circa il 30 % del nostro fabbisogno energetico giornaliero dovrebbe derivare dai lipidi, di cui l’olio di oliva rappresenta la fonte primaria. Infatti, oltre ad apportare preziosi componenti, permette un corretto assorbimento delle vitamine liposolubili, l’assunzione di acidi grassi essenziali ed una maggiore lubrificazione del colon, favorendo così il transito intestinale. Tra le azioni benefiche più importanti dell’olio extravergine d’oliva è doveroso citare: prevenzione del diabete, contrasto dell’ipertensione e miglioramento del profilo lipidico HDL, contrasto verso le malattie neurodegenerative, azione antiossidante”.

Pane e olio: la merenda di un tempo. Anche oggi è ancora valida, se dopo facciamo un po’ di attività fisica, come i bambini di tanti anni fa? “Diciamo di sì, con le adeguate differenziazioni tra le persone. Nelle giuste quantità, costituisce una merenda sana e nutriente, poiché apporta sia carboidrati sia grassi “buoni” provenienti dall’olio. Rispetto al classico frutto o yogurt che troviamo alla voce “spuntino” in ogni piano alimentare ha più calorie…ma basta avere una vita attiva e muoversi quando si può e sarà un’ottima scelta da mettere nella giornata, soprattutto per i più giovani (che invece preferiscono le merendine, che hanno maggiori calorie ma di qualità molto inferiore)”.

Ringrazio il Professor Bolognino per aver, così esaustivamente, illustrato, in tutti i suoi singoli aspetti, le caratteristiche di un alimento tanto amato dagli italiani e che diventa l’immancabile elemento principe di moltissimi piatti.

La Mindfulness: ovvero l’arte della consapevolezza

La maggior parte di noi vive una quotidianità piena di impegni, di scadenze, di appuntamenti e, in determinati momenti della vita capita di provare un sentimento di apprensione per il futuro, di preoccupazione ed incertezza. E non riusciamo a concentrarci nel presente e a godere dell’attimo.

Ed in questi periodi può venirci in aiuto una tecnica di meditazione, che ormai è diventata anche uno strumento di intervento terapeutico nell’ambito della psicologia: la mindfulness.

Ma cosa si intende con essa? Quali sono le tecniche di cui si avvale e quali i benefici sul nostro organismo?

Il termine mindfulness deriva dal vocabolo sati in lingua pali, una lingua indiana nella quale fu composto il canone dell’antico buddismo, e significa consapevolezza.

Consapevolezza delle proprie sensazioni corporee, psicologiche e spirituali, che si riesce a sperimentare quando concentriamo la nostra attenzione al momento presente; in particolare è necessario prestare attenzione al momento presente, con intenzione e in maniera non giudicante.

Siamo abituati a svolgere le azioni quotidiane in maniera quasi meccanica: guidare l’auto, mangiare un panino, parlare con una persona; ma nel farlo non prestiamo attenzione a quello che stiamo facendo e avviene tutto in maniera inconsapevole. La mindfulness ci spinge, invece, ad essere consapevoli di ciò che facciamo e delle emozioni che proviamo mentre svolgiamo quella determinata azione; essa, infatti, può essere considerata come l’arte della consapevolezza con intenzione; ad esempio, prendiamo in considerazione il semplice atto del mangiare un frutto: la mindfulness consiglia di assaporare istante per istante, soffermandoci sul gusto e su ogni singola sensazione che ci trasmette quel gesto che, per la maggior parte delle persone, è un gesto banale ed insignificante. Essa perciò, ci invita a guardare la vita con gli occhi di un bambino, al quale appare tutto nuovo e meraviglioso e vive ogni piccolo gesto con curiosità ed entusiasmo.

Un altro aspetto che ho citato sopra è il prestare attenzione in maniera non giudicante; che significa?

Siamo portati a giudicare i nostri pensieri, le nostre emozioni, le nostre paure e a, volte, ci lasciamo travolgere dai pensieri negativi; la consapevolezza mindful consiglia, al contrario, di considerare le nostre emozioni in maniera più distaccata; la persona consapevole dovrebbe riuscire a guardare le proprie reazioni e le proprie emozioni come se si osservasse dall’esterno, come se stesse guardando lo scorrere di un fiume ma non identificandosi con esso, ma, bensì, rimanendo sulla riva.

In questo modo si riescono ad accettare i momenti negativi e si riesce ad evitare quella che, dallo psichiatra statunitense Daniel Siegel, viene chiamata “sofferenza fortuita”, ovvero l’angoscia creata dal flusso di emozioni che scorrono senza sosta nella nostra mente.

Perciò, uno dei principali obiettivi di questa tecnica è proprio quello di riuscire ad eliminare la sofferenza inutile, coltivando, invece, un’accettazione di ciò che accade intorno a noi. Liberandoci dalle emozioni automatiche e concentrandoci sul presente, riusciamo anche a sopportare meglio i momenti negativi.

La psicologa Ruth Baer ha individuato cinque fattori che aiutano a definire la mindfulness:

Non reattività: riuscire a percepire i propri sentimenti ed emozioni senza necessariamente reagire ad essi e riuscire a lasciare andare i pensieri negativi

Auto osservazione: rimanere in contatto con le sensazioni (visive, tattili, uditive, olfattive) che si provano mentre si svolge un’azione (ad esempio mentre si mangia o si cammina).

Concentrazione e consapevolezza: prestare attenzione a quello che si fa momento per momento e rimanere concentrato sul presente senza distrarsi

Riconoscimento dei propri stati interiori: riuscire a riconoscere le proprie emozioni e ad esprimere a parole le proprie opinioni ed aspettative

Atteggiamento non giudicante: non giudicare i propri sentimenti e stati d’animo e non classificare i propri pensieri in “buoni” e “cattivi”.

In ambito terapeutico la tecnica della mindfulness può essere usata per migliorare stati d’ansia e sindromi depressive ma anche nel trattare i disturbi alimentari negli adolescenti e il disturbo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD) nei bambini.

Le tecniche di meditazione della mindfulness vengono generalmente praticate in posizione seduta e la persona viene invitata a concentrarsi sul proprio respiro, prendendo consapevolezza di esso, e mano a mano che si procede con la tecnica, tale consapevolezza andrà estesa alle proprie emozioni e ai propri pensieri.

Al di là, comunque, delle varie tecniche usate in questa pratica, sforziamoci sempre di apprezzare il presente, guardando ad ogni giorno come una nuova scoperta e non lasciamo che i pensieri negativi o la paura per il futuro ci travolgano.

                                                 Dottoressa Lorenza Fiorilli, Psicologa

Miomi e polipi uterini: ne parliamo con la Dottoressa Francesca Sagnella.

I miomi uterini o fibromi e i polipi endometriali sono due entità diverse per loro natura: i miomi presentano una struttura solida, che origina dalle fibre muscolari, e sono solitamente tumori benigni; i polipi sono invece neoformazioni della mucosa endometriale (quel tessuto ghiandolare che si sfalda durante le mestruazioni)” afferma la Dottoressa Francesca Sagnella, Specialista in Ginecologia e Ostetricia, Dottore di Ricerca in Fisiopatologia della Riproduzione Umana.

I miomi hanno un’incidenza elevata nella popolazione femminile: Circa il 70% delle donne tra i 40 e i 50 anni ne ha almeno uno. Si tratta quindi di una problematica molto comune. Fortunatamente la trasformazione maligna di un mioma è un evento rarissimo: circa 2 su 1000. In tal caso il tumore prende il nome di lemiosarcoma, che è molto aggressivo e presenta caratteristiche tali da crescere in poco tempo, grazie ad una ricca vascolarizzazione. Ecco perché, quando si riscontra per la prima volta un mioma durante una visita ginecologica, è bene effettuare un controllo successivo a breve, dopo 6-8 mesi.

I miomi possono essere asintomatici oppure dare segno della loro presenza attraverso diverse manifestazioni che dipendono dalla posizione e dalle dimensioni. :”I miomi sottosierosi, ad esempio,  accrescono verso l’esterno del viscere uterino, quindi verso l’addome e la pelvi e possono non dare sintomi; qualora le dimensioni fossero importanti, possono provocare alla donna un senso di compressione o la necessità di urinare frequentemente. I sottomucosi, invece, si localizzano in prossimità della cavità uterina e, anche se di piccole dimensioni, possono manifestarsi con perdite ematiche irregolari e mestruazioni abbondanti e purtroppo, possono avere ripercussioni sulla fertilità”.

E sulla necessità che un mioma debba essere asportato, così si esprime la Dottoressa Sagnella: “E’ importante personalizzare la terapia. Nel caso in cui il sottomucoso produca sintomi, l’intervento da effettuare è quello della resettoscopia, senza necessità di un taglio addominale. Nel caso in cui il mioma sia intramurale o sottosieroso, si deve ricorrere alla miomectomia, quindi con incisione dell’utero”.

Qualora la paziente debba sottoporsi a tale intervento e desidera avere un figlio: Dovrà attendere del tempo prima di cercare una gravidanza perché l’utero deve cicatrizzare bene”.

Ancora più importante, dunque, sottoporsi a controlli periodici in modo da scoprire la presenza di un eventuale mioma che possa compromettere la fertilità:” Scoprire un fibroma , ad esempio all’età di 38 anni, potrebbe incidere negativamente sul progetto di una gravidanza”.

 In che modo i miomi possono interferire con la fertilità? :”La presenza di miomi nella cavità uterina, in prossimità degli osti tubarici, ad esempio, può ostruire la via di accesso alla tuba, impedendo l’incontro tra spermatozoo e ovulo; inoltre può interferire con l’impianto dell’embrione e con la formazione della placenta”.

Quali sono i fattori di rischio dei miomi?” La familiarità. In questo caso è buona norma cominciare ad effettuare ecografie transvaginali già all’età di 20-25 anni. Esiste una correlazione anche con il colore della pelle: le donne di colore hanno, infatti, il triplo delle probabilità di sviluppare miomi rispetto alla razza caucasica. Sovrappeso e obesità rappresentano un ulteriore importante fattore di rischio”.

I problemi più comuni che possono scaturire dai miomi: “ Sono rappresentati soprattutto all’anemia indotta dalle emorragie e dai dolori durante le mestruazioni (dismenorrea) o durante i rapporti sessuali (dispareunia)”.

La menopausa segna il momento in cui I miomi regrediscono da un punto di vista volumetrico, questo perché crollano gli estrogeni. Durante la pre-menopausa, invece, quando i miomi tendono a crescere, è possibile ricorrere a farmaci quale la pillola anticoncezionale per contrastare dolori e emorragie”.

Terapie tradizionali si affiancano a quelle più innovative: “L’ embolizzazione dei miomi è una procedura che viene essere eseguita un radiologo, il quale inserisce dei cateteri che vanno a chiudere l’arteria dalla quale il mioma riceve il sangue che lo nutre. Chiusa l’arteria il mioma, senza più possibilità di crescere, va in necrosi e si rimpicciolisce. Recentemente si stanno perfezionando anche altre tecniche meno invasive, anche se ancora poco diffuse, come gli ultrasuoni focalizzati che colpiscono il “cuore” del mioma”.

Togliere un mioma è sempre necessario quando la paziente intende avere una gravidanza? “In presenza di miomi, la gravidanza è comunque da considerarsi “a rischio” perchè possono essere causa di abortività precoce, anomalie della placentazione ed altre complicanze ostetriche come il parto prematuro. A volte possono crescere molto rapidamente e raggiungere dimensioni notevoli nei primi mesi della gestazione, anche se questo non sempre accade e, purtroppo non è prevedibile a priori. E’ importantissimo, pertanto, che la donna portatrice di miomi, si affidi ad uno specialista esperto che possa informarla e consigliarla al meglio, sulla base di un’attenta valutazione di tutti gli aspetti: numero, posizione e dimensioni dei miomi ed età della donna”.

Altra patologia tumorale benigna sono i polipi: “Neoformazioni della mucosa endometriale (tessuto ghiandolare che si sfalda durante le mestruazioni). Possono variare da pochi millimetri a qualche centimetro. I sintomi tipici sono lo spotting, il sanguinamento durante i rapporti sessuali, cicli abbondanti e dolorosi. Anche i polipi, come i miomi, sono benigni ma possono talvolta degenerare in adenocarcinoma dell’endometrio. I polipi non vengono scoperti durante una visita, a meno che non fuoriescono dal collo dell’utero (polipi cervicali); per diagnosticarli quindi è necessario eseguire un’ecografia transvaginale, seguita da una isteroscopia diagnostica (esame endoscopico). L’asportazione chirurgica dei polipi avviene mediante isteroscopia operativa, che è una procedura semplice in quanto avviene per via vaginale, attraverso l’utilizzo di uno strumento che, sotto visione endoscopica (fibra ottica), va a recidere il polipo il quale viene poi sottoposto ad esame istologico”.

Le cause dei polipi: “Sono genetiche e ormonali; l’età maggiormente a rischio è quella tra i 40 e i 50 anni ed è difficile che si formino durante la menopausa. Altro fattore di rischio è l’obesità, specie per i polipi che degenerano in carcinomi, in quanto il grasso produce estrogeni, e quindi è buona norma contrastare obesità e sovrappeso”.

In merito ad una gravidanza: Rendono difficile l’annidamento dell’embrione e possono, come anche i miomi, ostruire l’ostio tubarico. Diversamente dai miomi, prima di progettare una gravidanza è sempre indicato asportare eventuali polipi endometriali.

                                                          Alessandra Fiorilli

Le attività manuali: una risorsa per il nostro benessere psico-fisico

Ormai siamo abituati ad usare le nostre mani solo per svolgere attività tecnologiche e meccaniche: componiamo messaggi con il cellulare, inviamo e-mail, mettiamo like sui social, cambiamo le marce in auto, digitiamo il pin della nostra carta di credito.

La maggior parte di noi, purtroppo, ha perso di vista le vere potenzialità di uno dei nostri cinque sensi: il tatto.

Vi ricordate quando da piccoli vi divertivate a costruire castelli con la sabbia, a formare pupazzetti con il pongo, a sporcarvi le mani con la farina per aiutare vostra nonna o vostra madre a preparare un dolce, a colorarvi le mani con le vernici per poi lasciare la vostra impronta su un cartellone a scuola?

Fin da piccoli il tatto è il senso per eccellenza, che consente al bambino di conoscere e di interagire con il mondo, di scoprire nuove forme ed oggetti, di sperimentare nuove sensazioni.

Le attività manuali che facevamo da bambini erano divertenti, educative e gratificanti: si riusciva a portare a termine un obiettivo quasi dal nulla: dei piccoli granelli di sabbia, uniti all’acqua e grazie ad un secchiello, si trasformavano in un castello da fiaba; da un pezzo informe di pongo prendeva vita il nostro personaggio dei fumetti o il nostro eroe preferito; da piccoli sassi formavamo una buffa famiglia disegnando su di essi gli occhi, il naso e la bocca. Non era tanto importante il risultato in sé, quanto l’essersi divertiti e aver liberato la propria creatività.

Da adulti, invece, tendiamo a dimenticare le sensazioni che provavamo mentre usavamo le nostre mani; invece, è essenziale riscoprire quelle emozioni e dare di nuovo importanza al senso del tatto.

Ovviamente, chi svolge come proprio lavoro un mestiere manuale riesce ancora a sperimentare una grande gratificazione; pensate al falegname, al ceramista, al vetraio, al panettiere, all’orafo, al sarto, al pasticciere, al cuoco, quando vede terminato il proprio manufatto, la propria torta, il proprio gioiello: loro seguono tutte la fasi del processo, dall’ideazione fino a quella conclusiva, e in ognuna di queste fasi, l’artigiano mette la propria passione e una parte di sé.

Ma anche chi svolge un mestiere diverso da quelli sopra citati può cimentarsi, nel proprio tempo libero, in un’attività manuale; si può cucire, dipingere, colorare, lavorare a maglia, preparare una torta o una pizza, fare bricolage, curare un piccolo orto, realizzare un piccolo bijoux.  L’importante è usare le mani, sentire tutte le sensazioni che il nostro tatto ci trasmette, e occuparci, anche per poche decine di minuti, solamente a quello che stiamo facendo: staccate il cellulare, spegnete il televisore, evitate di distrarvi. Concentratevi solamente sul “qui ed ora”. La vita ci ha portato ad occuparci contemporaneamente di più attività che non siamo quasi più abituati a dedicare tutto il nostro tempo ad una sola.

Le attività manuali sono una risorsa per il nostro spirito, un toccasana per il nostro benessere fisico e mentale ed è stato dimostrato che il cervello ottiene da esse diversi benefici: migliorano l’umore perché vengono secrete endorfine e serotonina (i cosiddetti ormoni del benessere) e si riduce la produzione di cortisolo (l’ormone dello stress); creano nuove connessioni tra i neuroni contrastando il deterioramento cognitivo, stimolano la creatività; migliorano l’umore; rafforzano l’autostima; rilassano e allontanano preoccupazioni e stress.

Beh, credo proprio che non serva qualche altro buon motivo per andare ad impastare una pizza o a incominciare a fare una sciarpa all’uncinetto!

Dottoressa Lorenza Fiorilli

Ipertensione: quanto è importante lo stile di vita. Ce ne parla il Professor Paolo Calabrò, tra i massimi esperti della cardiologia internazionale

Termini medici quali “pressione arteriosa” e “ipertensione” sono tra i più usati anche nel linguaggio quotidiano e se molti dichiarano di avere in casa uno strumento per la misurazione domiciliare, alcuni preferiscono recarsi in Farmacia e altri ancora si sentono tranquilli solo quando il Medico di famiglia, con lo sfigmomanometro, misura la pressione, ovvero :” La tensione, prodotta dal battito cardiaco, sulle  arterie”, come ci dice uno dei massimi esperti nel panorama della cardiologia internazionale, il Professor Paolo Calabrò, direttore della UOC di Cardiologia Clinica a Direzione Universitaria e direttore del Dipartimento Cardio-vascolare dell’A.O.R.N Sant’Anna e San Sebastiano a Caserta, Professore Ordinario della Cattedra di Cardiologia, presso il Dipartimento di Scienze Mediche Traslazionali dell’Università degli Studi della Campania “Luigi Vanvitelli”.

Il Professor Paolo Calabrò (Foto per gentile concessione del Professor Paolo Calabrò)

Tenere la pressione sotto costante controllo è sempre una buona regola perché l’ipertensione, silente e subdola, può creare molti danni alla salute: “Esponendo il soggetto che ne soffre ad un rischio maggiore di andare incontro ad un ictus o infarto”.

Due sono i valori che vengono riportati nella misurazione:” La Minima, o diastolica che si ha nel momento in cui il cuore si rilassa, la Massima, o sistolica, che in realtà coincide con il momento della contrazione cardiaca del ciclo cardiaco, ovvero quando il cuore trasmette la sua massima forza sulle arterie”.

Non tutti sanno che, oltre al metodo più frequente e tradizionale della misurazione, “Non invasivo”, c’è ne è anche un altro:” Al quale si ricorre quando il paziente è ricoverato nei reparti di terapia intensiva o in degenza post-operatoria, dove è richiesta una misurazione continua e costante della pressione continua. Tale metodo richiede l’inserimento di cateteri direttamente nei vasi sanguigni”.

Nel caso della misurazione domiciliare, la regola da seguire è quella degli antichi latini “In medio stat virtus” (la virtù sta nel mezzo, ndr), perché, se è vero che la pressione arteriosa è da sottoporre a controlli regolari, è pur vero che la sua misurazione più volte al giorno può creare, a volte, inutili timori, come dichiara il Professor Paolo Calabrò:  “Il controllo domiciliare che molti fanno della propria pressione è una buona pratica da seguire, se si pensa che c’è una percentuale dei pazienti che fa registrare la cosiddetta “ipertensione da camice bianco”: trattasi soprattutto di soggetti ansiosi i quali, di fronte al medico tendono ad entrare in uno stato di agitazione tale da registrare dei valori pressori più elevati”.

E’ buona regola, però, anche nel caso della misurazione domiciliare:” Non fermarsi mai alla prima misurazione che spesso registra valori più alti

Non cadere, però, neanche nell’ossessione di controllare la pressione più volte al giorno: “Molto spesso ai miei pazienti consiglio di misurarla tre volte la settimana in orari diversi: il lunedì al mattino, il mercoledì all’ora di pranzo e il venerdì di sera”.

Da seguire, in caso di misurazione domiciliare, alcune semplici e basilari regole per non incorrere in una risultato falsato da possibili interferenze esterne:” Ovviamente anche il luogo dove si realizza la misurazione ha una sua importanza: l’ambiente deve essere, pertanto, confortevole e rilassante. Bisogna inoltre stare seduti e attendere alcuni minuti prima di procedere alla misurazione. Il braccio dovrà essere libero, non compresso da maglioni o camicie, che potrebbero inficiare una corretta misurazione”.

Una singola misurazione “fuori dalla norma”, non deve, però, mettere in allarme: “Non basta un singolo valore per parlare di ipertensione o di ipotensione.  I valori ottimali per la pressione, secondo quanto stabilito dalla Società Europea di Cardiologia, sono per la Massima, minori o uguali a 120 e per la Minima, uguali o minori a 80, e comunque sono da considerare normali fino a valori di 130/85. Quindi, tecnicamente, chi registra 130/85 non deve temere di avere la pressione alta. Inoltre, un dato fondamentale da tenere sempre in considerazione è che il singolo valore non è da considerarsi in assoluto, ma deve essere rapportato, di volta in volta, al singolo paziente. Ad esempio, per un anziano valori compresi tra 130/135 di Massima sono da considerarsi non patologici, in quanto, con il passare dell’età le arterie sono più rigide, andando incontro ad un naturale irrigidimento che rende il passaggio del sangue più difficoltoso, con un aumento conseguente della pressione. Gli stessi valori sopra menzionati, invece, se si dovessero riscontrare in un ragazzo di 15 anni richiederebbero un’attenzione particolare”.

Il valore della pressione, quindi:” Deve essere studiato nell’ambito di un quadro clinico più generale. In pazienti, ad esempio, con diabete mellito i valori devono essere più bassi, perché già il diabete espone il paziente a rischi più elevati”.

L’ipertensione, inoltre:” Si divide in essenziale che è quella che preoccupa di più i medici perché non si riesce ad individuare una chiara causa e secondaria, legata, invece a patologie come l’insufficienza renale, il rene policistico e le malattie endocrine e metaboliche”.

E quindi è sempre consigliato seguire una buona regola:” Il paziente affetto da Ipertensione Arteriosa deve essere consapevole dell’aumento del rischio cardiovascolare, ma non deve per questo sentirsi malato: è sufficiente, infatti, adottare alcuni accorgimenti o piccoli cambiamenti nello stile di vita. Ad esempio, è buona norma combattere l’obesità, ma anche il sovrappeso, evitando uno stile di vita sedentario. A volte un’attività fisica regolare, 2-3 volte alla settimana per circa mezz’ora, sarà sufficiente a riportare i valori nella normalità e tale attività è la prima “pillola” da prescrivere al soggetto iperteso insieme ad una dieta che vedrà la riduzione della quantità di sale  e condimenti, mai, però, abolire un alimento perché la dieta, soprattutto quella Mediterranea, deve essere sempre completa. Bene anche l’aumento del consumo di fibre e verdure perché aiutano ad eliminare le scorie e migliorano il transito intestinale, evitando quella tensione che rischia di essere una concausa dell’ ipertensione stessa. Ottimo anche il consiglio di incrementare l’introito di acqua e l’uso di tisane. Pertanto, possiamo concludere dicendo che prescrivere farmaci è la cosa più semplice ed ovvia, ma non sempre è la strategia più indicata come approccio iniziale al paziente con ipertensione arteriosa”.

Attenzione infine anche allo stress: “Molto diffuso, specie tra i giovani professionisti che lavorano anche 12-14 ore al giorno e che non sempre hanno la possibilità di seguire un’alimentazione sana e completa. In particolare, in questo periodo di pandemia COVID-19, si sta riscontrando un aumento dei casi di ipertensione collegati proprio al particolare momento”.  

Alessandra Fiorilli                                  

Curare l’artrosi con l’Ossigeno Ozono Terapia: ce ne parla un luminare in questo campo, il Professor Umberto Tirelli

L’artrosi è una malattia degenerativa che interessa le articolazioni. Quasi il 50% della popolazione oltre i 60 anni di età, soffre di questa patologia che può variare da forme più lievi a più gravi.

Tale percentuale aumenta anche  sino al 90% quando si  parla di soggetti con più di 80 anni. Tutto ha inizio da un’alterazione della cartilagine che conduce, successivamente, alla degenerazione dell’ articolazione”.

Inizia così la mia intervista con l’eminente Professor Umberto Tirelli, Specialista in Oncologia, Ematologia e Malattie Infettive, Past Primario Oncologo e attuale Senior Visiting scientist presso l’Istituto Nazionale Tumori di Aviano (PN), Direttore Centro Tumori, Stanchezza cronica e Ossigeno Ozono Terapia della Clinica TIRELLI MEDICAL Group e tra i primi Top Italian Scientists dalla rivista Plos Biology del 2019.

Il Professor Umberto Tirelli (per gentile concessione del Professor Umberto Tirelli)

 Tra i primi fattori di rischio, dunque :  L’età avanzata, ma non sono da sottovalutare anche l’obesità, la familiarità, il diabete, il tipo di lavoro svolto: infatti è esposto ad un rischio maggiore chi sta molte ore in piedi e per le donne, un altro fattore determinante è la menopausa”.

La sintomatologia legata all’insorgenza dell’artrosi si manifesta: “Con dolore e limitazione dell’attività articolare, infatti, le articolazioni tendono a diventare rigide, quasi bloccate. L’anziano lamenta il fatto di avere dei dolori alle ossa e spesso di non riuscire a camminare”.

L’artrosi di divide poi in: Primaria, detta anche idiopatica, se legata ad una predisposizione genetica, secondaria se causata da traumi. E nel caso dell’anziano, si parla di artrosi localizzata se ad essere interessata è solo una singola articolazione, di solito quella del ginocchio, dell’anca o della spalla, oppure generalizzata se riguarda più articolazioni”.

Ad essere maggiormente interessate, sono il ginocchio e la colonna vertebrale: “Dove spesso si  notano anche delle profusioni discali”.

Alle prime avvisaglie di un’articolazione che tende a diventare sempre più dolorante e rigida, solitamente: “Si ricorre, come esame diagnostico, ad una semplice lastra che già da sola è in grado di mostrare  i segni dell’artrosi. A quel punto si potrà anche approfondire con una risonanza magnetica”.

Accertata la diagnosi di artrosi, segue la fase del trattamento:” Spesso si ricorre alla chirurgia, utilizzando protesi, specie se ad essere interessata dall’artrosi sono le articolazioni dell’anca, del ginocchio e della spalla”.

Anche per l’artrosi, però possiamo fare molto per evitare di soffrirne nella Terza Età, o comunque, per non incorrere nelle forme più gravi :” Svolgere regolarmente attività fisica è sempre una buna cosa, anche una semplice camminata va benissimo. Una grande attenzione, però, è da porre anche al peso corporeo: da evitare, quindi, di incorrere nel sovrappeso ma soprattutto nell’obesità”.

Al primo insorgere dell’artrosi :” Bene anche ricorrere alla fisioterapia”  e, per quanto attiene ai farmaci :” Solitamente si ricorre al paracetamolo e in genere ai Fans ma c’è da dire che non sempre i farmaci sono poi così efficaci per la cura dell’artrosi. Una cura, invece,  efficace e senza effetti collaterali è quella che prevede il ricorso all’Ossigeno Ozono Terapia che può essere somministrata in via sistemica, quando i dolori provocati dall’artrosi sono diffusi in tutto il corpo, oppure in via locale se invece, il dolore è localizzato ad una sola articolazione”.

Il gruppo di lavoro del Professor Umberto Tirelli (per gentile concessione del Professor Umberto Tirelli)

Il motivo per cui  proprio l’Ossigeno Ozono Terapia  si è rivelata efficace nella cura dell’artrosi, ce lo spiega, a conclusione dell’intervista,  il Professor Tirelli :” L’ozono ha un elevato potere antinfiammatorio e proprietà antidolorifiche, andando a migliorare il microcircolo e quindi la sintomatologia legata all’artrosi.  L’Ossigeno Ozono Terapia, inoltre, è estremamente indicata per quegli anziani che non possono essere sottoposti a intervento chirurgico”.

Ringrazio il Professor Umberto Tirelli, il quale mostra sempre una grande disponibilità nei miei confronti, trovando del tempo da dedicare al giornale EmozionAmici, sul quale troverete una prima intervista al Professor Tirelli sulla fibromialgia, anch’essa curata con l’Ossigeno Ozono Terapia.

D’altronde, non c’è da stupirsi che il Professor Tirelli, un luminare della scienza, sia anche un esperto divulgatore, con ottime doti comunicative: nel suo curriculum di due pagine fitte fitte,  accanto alla sua attività di ricerca, spicca anche l’essere stato vincitore, nel 2003, del IV Premio Festival della Televisione Italiana per la comunicazione medico scientifica.

                                           Alessandra Fiorilli

Gli effetti della diagnosi di Alzheimer sui familiari del malato: ne parliamo con il Professor Giovanni Battista Frisoni, uno dei maggiori esperti in campo internazionale.

L’insorgenza di una malattia non riguarda solo il malato, ma anche tutti coloro che lo amano e che si trovano, di fronte ad una diagnosi in grado di stravolgere le proprie esistenze, a dover fronteggiare qualcosa di inaspettato e di tragico. Questo è ancor più drammaticamente vero per l’Alzheimer, la malattia neurodegenerativa della quale il Professor Frisoni, Direttore del Centro della Memoria all’Ospedale Universitario di Ginevra, è uno dei maggiori esperti in campo internazionale.

Il Professor Giovanni Battista Frisoni (per gentile concessione del Professor Frisoni)

“Il malato d’ Alzheimer ci mostra le nostre stesse paure, le nostre fragilità. Questa patologia presenta non solo una propria specificità rispetto alle malattie d’organo, ma anche a quelle psichiatriche, in quanto richiede una rielaborazione del registro relazionale. Faccio un esempio pratico: in ciascuna famiglia ciascuno ha dei ruoli che sono tali anche dopo 20,30,40 anni. Durante questo lasso di tempo si sono instaurati una comunicazione verbale e non verbale e un gioco di ruoli costituenti  una struttura relazionale che la malattia, invece, costringe a dover revisionare per permettere che la relazione continui.  Difficilissimo adattarsi per il coniuge convivente: dopo decenni di vita comune e di adattamento su un certo registro di relazione (che sia dominante, accudente, controllante, o altro) il coniuge non malato deve revisionare il tutto… e non è detto che ne abbia la voglia, la forza o la capacità”.

Dopo questa illuminante prefazione, l’eminente Professor Frisoni, (già da me intervistato per EmozionAmici sulla malattia d’Alzheimer), ci parla, in dettaglio, di uno degli aspetti più dolorosi, e talvolta, sottovalutati: gli effetti emotivi dell’Alzheimer sui familiari del malato.

“Davanti alla diagnosi della malattia, la reazione non è univoca, ma spazia tra due estremi opposti: da una  consapevolezza che porta a dire: “Lo sapevo già”, ad un’amara sorpresa che si concretizza in un: “Ma cosa dice, Dottore, non è possibile!”.  In mezzo a questi due opposti, ci sono le sfumature e il determinante fondamentale della reazione è il livello di conoscenza della malattia, ovvero  le persone che la conoscono e la temono, sono anche le più attente, hanno  un alto livello di consapevolezza di  sé che li porta a  notare subito disturbi di memoria. Questo li conduce  a sottoporsi a controlli per vedere se hanno davvero l’Alzheimer, la cui diagnosi  non è sempre facile: il più delle volte, infatti, non si riesce a capire, nemmeno con una risonanza magnetica, se tali disturbi di memoria, o del linguaggio, o della parola che manca, o del non ricordare nomi, siano ascrivibili o meno all’Alzheimer. Ecco perché è spesso necessario ricorrere ai biomarcatori, quali la puntura lombare e la PET molecolare (tomografia a emissione di positroni, detta anche scintigrafia cerebrale)”.

 (Per chi fosse interessato ad approfondire tali aspetti, il link della precedente intervista è il seguente:  https://www.emozionamici.it/2019/07/31/alzheimer-ne-parliamo-con-uno-dei-maggiori-esperti-in-campo-internazionale-il-professor-giovanni-battista-frisoni/)

E quando, invece, arriva la diagnosi di Alzheimer: “Nella testa dei familiari c’è una storia che si proietta nel futuro: in molti non solo si chiedono cosa succederà al malato, ma già lo vedono nella fase terminale della malattia, quando sarà ormai allettato e bisognoso anche di essere imboccato. Qui in Svizzera dove lavoro, la diagnosi viene comunicata non solo ai familiari, ma anche al paziente e la prima cosa che cerchiamo di capire è la loro rappresentazione della malattia, ovvero la storia che il termine « Alzheimer » evoca in loro”.

La reazione dei familiari di fronte a tale diagnosi che, ancora più delle altre, fa paura, è estremamente variabile, come afferma il Professor Frisoni: Alcune famiglie si disperano sin dall’inizio, per loro la diagnosi fa crollare il mondo addosso, e questo succede soprattutto quando il malato ha elevate performance intellettuali, per il quale perdere la memoria significa non riconoscersi più per quello era. E, se da un lato tali persone hanno più risorse per gestire cognitivamente la malattia, è pur vero che queste stesse persone hanno di se stessi una rappresentazione maggiormente cognitiva. Ognuno di noi è la propria storia, noi raccontiamo noi stessi all’interno di un percorso di vita che è  verbale, ma  in gran parte emotivo e talvolta, come per i lavoratori manuali e gli atleti, anche motoria. Ma è ovvio che la prospettiva, anche se non a breve termine, di perdere la memoria, è devastante per chiunque, anche per chi, per tutta la vita, ha fatto lavori manuali”.

Si sente parlare spesso della “solitudine sociale” che colpisce i familiari di un malato d’Alzheimer: Nei primi anni di malattia, da un punto di vista delle maniere sociali, il paziente è spesso impeccabile: chi è stato un gentiluomo continua ad esserlo, così come la donna molto cortese, affabile, delicata, continuerà a comportarsi in questo modo con amici e parenti non stretti. Questo perché nelle interazioni sociali superficiali, ovvero quelle che non richiedono un grande livello di approfondimento intellettuale, il malato d’Alzheimer si comporterà con queste persone in maniera perfettamente adeguata a cortese, anche se non ricorda di chi si tratta e anche se poi appena voltato l’angolo avrà persino dimenticato l’incontro. Pertanto i familiari dei malati  si trovano a vivere in una distonia perché, nonostante il proprio congiunto ricordi poco o nulla, gli altri avranno l’impressione che al contrario sia in buona salute e spesso rimproverano il familiare: “Ma di cosa ti lamenti? Sta benone!  L’ho trovato persino ringiovanito”, questo ovviamente, lo ribadisco, accade solo nelle fasi iniziali dell’insorgere della malattia”.

Ma loro, i familiari, quando la porta di casa si chiude, sono soli con le dimenticanze continue del paziente e con le sue incessanti richieste, disperati e incapaci di poter gestire tutto, ecco perché è importante la Psicoeducazione, come ci spiega il Professor Frisoni: “In questi casi la parola chiave è rassicurazione. C’è ancora lo stereotipo del malato d’Alzheimer come aggressivo, ma in 99 casi su 100, l’aggressività che molti familiari temono, non è legata alla malattia, quanto piuttosto all’incapacità di relazionarsi in modo adeguato. Il malato che dimentica è angosciato: è un’angoscia senza nome, senza volto. La persona che già non riesce a capire cosa gli stia succedendo, e che ha il proprio coniuge il quale, anziché aiutarlo, gli dice in continuazione e di fronte alle dimenticanze: “Te l’ho detto mille volte…non ci stai proprio più con la testa…”, ebbene, questo atteggiamento porta il malato ad  aggredire l’altro verbalmente, se non in alcuni casi, anche fisicamente. Ecco, la Psicoeducazione consiste proprio nello spiegare ai familiari cosa sta succedendo per far capire loro che il malato non dimentica perché “è dispettoso “ o “me la vuol fare pagare”, , ma perché per lui gli avvenimenti della vita vengono cancellati nel giro di pochi minuti come orme sul bagnasciuga. Bisogna far comprendere ai familiari che il proprio congiunto è angosciato e ha bisogno di esser rassicurato, che ha bisogno di sentirsi dire:” Ci sono io, ci siano noi. Non ti preoccupare, ti aiutiamo. Gestiamo tutto questo insieme”:  ecco, queste parole hanno un effetto tranquillizzante in grado di eliminare l’aggressività alla base. Spesso, davanti a reazioni aggressive del malato, vengono prescritti gli psicofarmaci ai quali i pazienti sono molto sensibili, ma così facendo, non solo l’aggressività non va via, ma la situazione fisica peggiora, con una deambulazione che diventa spesso più lenta, più insicura, più instabile, esponendo il malato a cadute. Ricordiamo sempre che spesso non è il malato da curare ma il familiare da resettare. Ovviamente, in alcuni casi non vi è alternativa agli psicofarmaci e un bravo specialista saprà quando e come usarli”.

Chi si trova a dover gestire un malato d’Alzheimer, ha, a sua volta, bisogno di aiuto:” Un aiuto a livello sia fisico che psichico, infatti i familiari hanno necessità di parlare con un medico o uno psicologo, ma più spesso si rivolgono al medico perché sperano di avere da lui anche una rassicurazione da un punto di vista clinico. Spesso, però, il Servizio Sanitario Nazionale non è organizzato per offrire un tale tipo di aiuto che si va, dunque, a ricercare nelle strutture private, con notevole dispendio di denaro.

Talvolta è sufficiente dare il cambio ad un familiare in modo da offrigli la possibilità di ritagliarsi un’oretta per andare a fare la spesa, dal parrucchiere o per fare una passeggiata. Coloro i quali sono lontani dal malato, in mancanza di aiuti dalle Istituzioni, sono costretti a ricorrere all’ istituzionalizzazione del proprio congiunto, anche quando la malattia è ancora in una fase iniziale e potrebbe essere gestita con un minimo di supervisione.”

All’interno di questo quadro, ci sono anche gli altri, che spesso giudicano, additano e che, con una loro inopportuna interferenza, possono provocare ulteriore sofferenze in coloro che si prendono cura di un malato d’Alzheimer: “Una stigmatizzazione del malato che porta molti familiari a smettere di frequentare amici e lo stesso paziente non va più al circolo a giocare a carte o semplicemente al bar perché capisce che chi lo circonda lo esclude. Gli amici non sono abituati a svolgere il ruolo di rassicuratori sociali, a dire: “A noi fa piacere anche solo la tua presenza” ma si tratterebbe ancora una volta di cambiare un registro relazionale spesso radicato in anni di frequentazione. Dovremmo imparare a costruire una nuova cultura di inclusione, ma questa è una  lunga operazione nemmeno iniziata e, anche  laddove dovesse iniziare oggi stesso,  richiederebbe generazioni affinché venisse portata a compimento”.

Ringrazio il Professor Giovanni Battista  Frisoni, simbolo di una Medicina vicina al paziente, ai propri bisogni, alle famiglie, nonché  grande esempio di  una rara empatia e professionalità.

                                             Alessandra Fiorilli

L’importanza di seguire le stagioni nel consumo di verdura e frutta: ce ne parla il Professor Alessio Rolando Bolognino, Biologo Nutrizionista, Docente Universitario e volto noto della tv.

“La natura è intelligente: ci dà quello che ci serve e quando ci serve. In inverno, infatti, poiché  il corpo ha maggiormente bisogno di calorie, arrivano, ad esempio, cachi e castagne, mentre, in estate, i tipici frutti quali pesche, melone e cocomero, che sono  molto ricchi di acqua. La natura aiuta, con i suoi prodotti legati alle stagioni, anche il nostro sistema immunitario, durante i mesi freddi, e il sistema linfatico in quelli più caldi. Mangiare cibi fuori stagione, quali le zucchine a novembre le fragole a dicembre, vuol dire portare in tavola  prodotti poveri in Sali Minerali e Vitamine”.

Questo è l’autorevole parere, sull’importanza di cibarsi di verdura e frutta di stagione, del Prof. Rolando Alessio Bolognino,  Biologo Nutrizionista in campo oncologico e di prevenzione, esperto in alimentazione sportiva,  Professore a c. del  Master in “Scienze della Nutrizione e Dietetica Clinica” presso l’Università degli Studi di Roma Unitelma La Sapienza , del Master  in “Terapie Integrate nelle Patologie Oncologiche Femminili” presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, del Master di II livello in “Medicina integrata e food management per la prevenzione e cura dei tumori” presso l’Università degli Studi di Catania, Istruttore di  Protocolli Mindfulness,  Autore di libri ed esperto scientifico sulle reti nazionali, sia RAI che Mediaset.

Il Professor Rolando Alessio Bolognino (foto per gentile concessione del Dottor Rolando Alessio Bolognino)

Stravolgere, dunque, i cicli della natura significa nutrirsi di  prodotti che, in quel particolare periodo dell’anno, non forniscono il giusto valore al nostro corpo e alla nostra salute. Cosa c’è di meglio, in inverno, che consumare le tipiche verdure quali il cavolo nero, il cavolfiore, la verza, il carciofo, l’indivia, la zucca?

Le brassiccaceae o crucifere,  di cui fanno parte la famiglia del cavolo, del broccolo e la verza, pur essendo costituite principalmente da carboidrati sono, come tutte le verdure, povere in calorie. Troviamo, in queste verdure, abbondanza di Vitamina A, essenziale per la vista, di Vitamina  K, importante per la coagulazione del sangue, e di Vitamina C, che favorisce l’assorbimento  del ferro.  Inoltre, le stesse crucifere ostacolano l’angiogenesi, cioè la capacità propria del tumore di creare il proprio letto vascolare con cui si nutre e cresce”.

Le verdure sono erroneamente associate, talvolta, ad un’immagine “triste”: il loro essere servite lesse. “Invece ci sono tantissimi modi di prepararle: buonissime al vapore, al forno, stufate con acqua, un goccio di vino e spezie. Anzi, sulla cottura lessa c’è da dire che non è sempre la migliore, specie se si tende a bollirle per un tempo prolungato ed in abbondante acqua: così facendo, infatti, tutti i nutrienti vengono lasciati proprio nell’acqua”.

Anche e soprattutto nell’alimentazione di tutti i giorni, il Dottor Bolognino ci tiene a sottolineare come il primo approccio avvenga proprio con la vista: “Mangiamo con gli occhi e con l’olfatto”.

Vediamo, quindi, come portare a tavola le verdure rendendole sfiziose, saporite e accattivanti per il palato.

L’indivia, fonte di fibra solubile che rappresenta un valido aiuto per contrastate stipsi e costipazione, consiglio di provarla  grigliata e cosparsa di yogurt e salsa di soia, per un salutare e alternativo aperitivo. Il carciofo, in grado di ridurre l’assorbimento del colesterolo e con un’ azione diuretica, è gustosissimo trifolato, ovvero tagliato e cotto in padella con brodo vegetale bollente, oppure gratinato,  cosparso di pan grattato e pecorino, o ancora, ad omelette. La verza è ottima sotto forma di involtini, saltata o cotta all’aceto. Il cavolfiore è perfetto gratinato o in padella con pepe, vino bianco e acciughe. Mente il cavolo nero, con una quota di Vitamina C pari a 5 volte quella presente negli spinaci, si sposa nella famosa zuppa toscana, con fagioli cannellini e pane tostato, oppure si presenta sfizioso in chips al forno, o in padella sfumato con acqua, vino bianco e peperoncino. Ottima anche la zucca, ricca di Vitamina C, sotto forma di vellutata o al forno”.

Cucinare le verdure in modo sfizioso, senza doverle portare a tavola necessariamente lesse, le rende gustose anche ai bambini: “Offrirgliele  pastellate o fritte è un modo per preparare il gusto a sapori nuovi”.  

Ricette, quelle proposte dal Dottor Bolognino, capaci di rendere le verdure invitanti anche  per chi segue un regime alimentare ipocalorico per perdere peso:” Il giorno del pasto libero, invece di portare in tavola pizza, supplì e bevande gassate, benissimo una fetta di frittata ai carciofi”.

La regina della tavola invernale è la zuppa: “Cosa c’è di meglio e di più buono che mangiarne una calda quando fuori è freddo? Inoltre in inverno si tende a bere meno, quindi il consumo di zuppe e brodo vegetale ci aiuta anche ad idratarsi, senza tralasciare un altro aspetto che influisce sulla linea: le verdure danno un senso di sazietà a fronte di poche calorie”.

Ovviamente anche il consumo di determinate verdure va concordato con il medico, in presenza di alcuni patologie: “Ad esempio, le verdure lesse sono ideali per chi soffre di diverticolite, perché la bollitura rende la fibra più facilmente masticabile ed aggredibile dagli enzimi digestivi.  Oppure, chi assume anticoagulanti, deve prestare attenzione al consumo di verdure ricche di Vitamine K che possono interferire con la terapia. Il consumo di verdure come la verza, ricchissima di fibre, in caso di colon irritabile, può determinare la comparsa di fenomeni diarroici e/ o dolori addominali. Per quanto riguarda il  cavolfiore, ad esempio, è bene limitarne il consumo in caso di ipotiroidismo, in quanto rallenta maggiormente il funzionamento di quest’organo e la concentrazione di purine lo rende sconsigliato anche nei casi di calcoli renali e gotta. C’è una regola fondamentale da seguire nell’alimentazione: non è vero che tutto fa bene a tutti”.

                                                             Alessandra Fiorilli

I segreti della voce umana

A casa, sul luogo di lavoro, al supermercato, per strada, di giorno, di sera, con il sole, con la pioggia. La usiamo continuamente, in ogni luogo e in ogni circostanza, in modo così automatico che non ci rendiamo conto della sua importanza. Di cosa sto parlando? Della nostra voce.

E’ una caratteristica peculiare di ognuno di noi: chi ce l’ha acuta, bassa, flebile, suadente, grave, roca. E’ lo strumento di comunicazione e di espressione per eccellenza, attraverso la quale diamo forma alle nostre idee, pensieri, emozioni e stati d’animo.

La moduliamo a seconda delle circostanze: abbassiamo il tono se stiamo confidando un nostro segreto ad un amico, lo alziamo se siamo arrabbiati con qualcuno, diventa più dolce se stiamo giocando con un bambino.

Il modo in cui usiamo la nostra voce è uno delle tre forme della comunicazione. Quest’ultima, infatti, viene suddivisa in comunicazione verbale che comprende quello che diciamo, cioè le parole che usiamo in un discorso; la comunicazione non verbale, ossia i movimenti del corpo, i gesti, le espressioni del viso; la comunicazione paraverbale, costituita proprio dal modo in cui usiamo la voce.

Quest’ultimo aspetto incide fino al 40% sull’efficacia di un discorso, a differenza della comunicazione verbale che influisce solo per il 10%.

Essenziale, quindi, non è tanto quello che diciamo ma come lo diciamo. E’ importante modulare, a seconda delle varie circostanze, i diversi aspetti che caratterizzano la voce umana: il ritmo, che scandisce l’alternarsi del discorso e delle pause; l’intensità, ovvero il volume della voce; il tono che fa assumere ad una stessa parola significati diversi.

E’ proprio quest’ultimo aspetto che, spesso, crea incomprensioni e discussioni tra due persone. Quante volte, infatti, diciamo al nostro interlocutore: “Non mi è piaciuto il tono con il quale mi hai detto quella cosa!”

Infatti, a seconda del tono usato, la stessa frase o anche una semplice parola può assumere significati diversi, e quindi, può produrre effetti diversi su chi ascolta.

Pensiamo alla parola “basta”: detto con tono gentile ad un nostro amico, indica che non vogliamo  che aggiunga altro zucchero nel nostro caffè, mentre pronunciato con tono aggressivo indica che siamo esasperati da una situazione.

Oppure all’espressione “Che genio!”: può indicare sincera ammirazione verso una persona; detta con tono sarcastico indica un’offesa; con tono ironico rappresenta una battuta scherzosa ad un nostro amico.

Pensate che un semplice termine, formato solo da una consonante e da una vocale, “ma”, può avere cinque significati diversi a seconda del tono usato.

La voce, quindi, è un aspetto essenziale nella comunicazione di tutti i giorni, ed è anche quella caratteristica unica che rende speciale ogni persona e che ci fa anche emozionare. Quante volte, infatti, telefoniamo ad un nostro parente, fidanzato/a, amico/a, dicendogli, semplicemente: “Volevo solo sentire la tua voce!”. Oppure, pensando ad una persona che non è più con noi, ci commuoviamo pensando che non potremmo più sentirla all’altro capo del telefono?

Inoltre, la voce rimane nella nostra memoria uditiva per molto tempo ed è la prima caratteristica che ci fa subito distinguere una persona da un’altra; pensiamo, ad esempio, ai nostri attori preferiti, che riconosciamo subito dalle voci dei doppiatori.

La nostra voce, in conclusione, è una parte importante della nostra quotidianità e delle nostre relazioni sociali. Pertanto, la prossima volta che dobbiamo comunicare qualcosa ad un’altra persona, riflettiamo sull’importanza di come la usiamo e su come il nostro interlocutore possa interpretare le nostre parole: forse quando una amico si offende per una nostra frase, non è tanto per ciò che abbiamo detto, ma per il modo in cui lo abbiamo fatto.

                                  Dottoressa Lorenza Fiorilli, Psicologa