Tutti abbiamo bisogno di tornare bambini
ogni tanto,
sdraiandoci senza pensieri,
fra un film e l’altro,
mentre chiudi gli occhi,
su quelle sensazioni che forse…
non sai neanche più leggere.
Non ci credi,
sembra così distante
quel bambino che ora ti parla
urla il tuo nome
e non riesci a sentirlo,
con le orecchie piene di fango
e sassi,
nel parco,
continui a dondolare sull’altalena
continui a dondolare sulle responsabilità
scivolando da una pozzanghera all’altra.
Ha appena smesso di piovere e sei uscito
senza ombrello,
guidato dal profumo dell’inverno,
un qualcosa che senti soltanto tu,
esci dal parco e non lo vedi più…
Oggi tratterò un tema così importante, vasto e delicato che, ovviamente, non si può esaurire in poche battute: la violenza psicologica. Cercherò, comunque, di considerare i punti salienti: In cosa consiste realmente? Quali conseguenze può portare? E come riprendere in mano la propria vita?
Per violenza psicologica o violenza emotiva, si intende una serie di maltrattamenti, di abusi dell’anima che possono essere messi in atto da qualunque persona verso qualunque altra persona, ma nella maggior parte dei casi, si attuano da un uomo verso una donna, come ne sono testimoni gli ultimi casi di cronaca. Essa è una forma subdola di violenza perché non ci sono cicatrici evidenti, come nel caso della violenza fisica, e che può portare gravi conseguenze a chi ne è vittima.
Foto di Lorenza Fiorilli
Essa si manifesta con comportamenti di svalutazione e di denigrazione, con parole di umiliazioni e critiche continue che possono riguardare il proprio abbigliamento, il proprio modo di comportarsi, le persone che si frequentano; nel caso particolare di un rapporto di coppia queste critiche possono riguardare il modo di cucinare o di pulire casa, o la maniera in cui si educano i figli. Gli uomini che mettono in atto questo genere di violenza sono spesso anche molto gelosi e possessivi, e tendono ad isolare la donna che ne è vittima dalle proprie amicizie e familiari. Queste persone hanno anche la tendenza a sminuire i problemi della partner e ad ingigantire i propri, passando loro come vittime e, spesso, facendo sentire in colpa la propria compagna, che, secondo loro, non si occupa abbastanza, o in maniera “giusta”, di loro.
Ecco, il senso di colpa è uno delle tante conseguenze che può portare questo tipo di abuso: la donna si interroga su quali siano i suoi comportamenti “sbagliati” e crede, effettivamente, che siano state le proprie azioni o le proprie parole a far sì che il proprio compagno non sia soddisfatto di lei. I sensi di colpa generano un senso di inadeguatezza e portano ad un’altra conseguenza della violenza psicologica: la perdita di autostima. La vittima dei maltrattamenti perde, poco alla volta, stima e sicurezza in se stessa, fiducia nelle proprie capacità, e, nei casi più gravi, dubita dei suoi stessi pensieri. In questo caso la vittima dei maltrattamenti non è più sicura neanche della sua percezione e dei suoi ricordi: questa grave forma di manipolazione mentale viene detta gaslighting e porta la persona a sentirsi confusa e, spesso, a diventare dipendente dal manipolatore.
Se, fortunatamente, si riesce ad uscire da queste relazioni non sane, le conseguenze ci saranno comunque: chi è stata vittima di violenza psicologica porterà con sé le cicatrici invisibili, il senso di inadeguatezza, la bassa autostima, la consapevolezza di non essere stata in grado di far fronte alla cattiveria dell’altra persona e lo sconcerto che un uomo che diceva di amarla l’ha ridotta all’ombra di se stessa. Spesso ci sono anche conseguenze sul piano fisico come insonnia, attacchi di ansia, disturbi psicosomatici e depressione; ovviamente tutto ciò dipende dalla gravità della violenza e dalla sua durata.
Non è facile rialzarsi e continuare come se niente fosse successo: bisogna attingere a tutta la forza che non si crede più di avere, bisogna perdonare e perdonarsi, non rimuginare più sul come e perché è accaduto; è essenziale, inoltre, circondarsi di persone che ci vogliano bene e che sappiano ridare, poco alla volta, sicurezza e stima di sé. Ma la cosa più importante è che la persona che ha subito gli abusi, ricominci ad amare se stessa, e a credere di nuovo nei propri ideali e nei propri valori, che sono stati gettati nel fango dal manipolatore, in modo che la vittima non li ritrovasse più…
Ciao a tutti cari lettori, sono tornato con un’ altra ricettina sempre per rimanere in tema di stagione: oggi, infatti, vi illustrerò un primo piatto a base di asparagi.
Intanto vi elenco gli ingredienti:
-80g di spaghetti
-1 mazzo di asparagi
-2 fette spesse di lonza
-cipolla rossa
-vino bianco
-sale pepe
Dunque, puliamo gli asparagi e conserviamo le punte, facciamole sbollentare in acqua salata e, appena pronte, fermiamo la cottura in acqua e ghiaccio ( servirà a mantenere il colore verde acceso).
Tagliamo il resto degli asparagi a cubetti regolari e dividiamoli in due padelle:
in una predisponiamo un filo d’olio, la cipolla rossa tagliata finemente, sale e facciamo rosolare , sfumando con il vino e aggiungendo un po’ di acqua; faremo cuocere il tutto per 5 minuti (questa sarà la base per il condimento per la pasta).
Nell’altra padella aggiungiamo un filo d’olio ,gli asparagi , dei ritagli di lonza ,sale e pepe e acqua. Bisogna far stracuocere gli asparagi per 30 minuti , frullarli, setacciarli per ottenere una salsa fina e lucida.
A parte rosoliamo, per pochi secondi, dei cubettini di lonza.
Buttiamo la pasta nella pentola di acqua bollente e salata, e cuociamo per 5 minuti, mentre gli ultimi minuti di cottura della pasta, avverranno nel fondo di asparagi fatto in precedenza.
Impiattiamo gli spaghetti, predisponendo la salsa di asparagi alla base, le punte e la lonza croccante.
Il piatto è pronto, e mi raccomando, utilizziamo sempre ingredienti di stagione e tanta, tanta fantasia. Buon appetito e… aspetto vostre notizie. Ciaooo!!!
Il Dottor Leuzzi, Medico Oncologo prestato alla senologia diagnostica, è quanto mai chiaro e diretto: “Dobbiamo affamare il cancro”.
Il Dottor Raffaele Leuzzi
Quattro parole coincise, che non lasciano margini a dubbi: il Dottor Leuzzi le pronuncia forte della sua formazione e del uso impegno nel campo dell’oncologia.: laureatosi in Medicina e Chirurgia presso l’Università degli Studi di Padova, specializzatosi in Oncologia Chirurgica presso l’Università degli Studi di Napoli, diventa Borsista Ricercatore Universitario di Senologia Diagnostica. Attualmente svolge e dirige l’attività ambulatoriale nell’Unità Diagnostica della SIRP (Servizio Interdisciplinare Ricerche e Prevenzione) a Roma, dove effettua, annualmente, circa 5000 esami clinico-strumentali tra Tomosintesi, Cesm, ecografia 3D. Relatore a molti congressi, partecipa a molteplici corsi e congressi riguardanti la prevenzione primaria del tumore al seno e la diagnostica della patologia mammaria, partecipando, in particolare, ad organismi quali la FONCaM(Forza Operativa Nazionale Carcinoma alla Mammella). Dal 2016 è Presidente dell’Associazione di volontariato “Le donne scelgono”, operante a Roma dal 1991 nel campo della prevenzione e diagnosi precoce del tumore alla mammella. E’ altresì Responsabile Editoriale dei siti web www.senologiadiagnostica.it, www.ledonnescelgono.it, www.associazionesirp.it.
“Quello che fa bene alla nostra salute- afferma il Dottor Leuzzi- fa male al cancro che si nutre di glucosio, un energizzante. I picchi glicemici vanno a nutrire il tumore. Sappiamo ciò dagli anni ’30, da quando un medico, il quale venne insignito del Premio Nobel per la Medicina, parlò per primo di questa connessione. Le cellule tumorali necessitano 20 volte di più, rispetto a quelle normali, di zuccheri, ecco perché quando ha bisogno di energia la va a prendere dal glucosio e attraverso i picchi glicemici va a creare vascolarizzazioni e con l’insulina le cellule tumorali crescono”.
Con un’alimentazione consapevole, potremmo ridurre l’incidenza dei due tumori più diffusi, quelli al colon retto e alla mammella “Anche del 30%” come dichiara Leuzzi per il quale “Il cittadino, attraverso una scelta mirata del cibo, potrebbe salvarsi da solo”.
Invece siamo ancora lontani dal seguire questi semplici consigli, mentre sarebbe sufficiente sapere almeno cosa non acquistare:” Carne da allevamenti intensivi e cereali raffinati, preferiti ancora oggi dal 65% degli italiani. Bene, invece, il pesce azzurro e soprattutto i cereali integrali e i legumi, che invece registrano un consumo pro capite annuo molto basso, siamo infatti attorno ai 4 chili e mezzo. Sul consumo di carne che attualmente si aggira intorno ai 70 chili pro capite annuo, dobbiamo pensare che ciò che danno loro da mangiare a noi fa male. Ormai gli animali sono diventati macchine di produzione per il cibo, basti penare alla velocità con la quale sono pronti per finire sulle tavole: 6 mesi per un manzo, 4 per un maiale e addirittura 35 giorni per un pollo Broiler”.
Scegliere consapevolmente, dunque, porre attenzione a ciò che portiamo in tavola, perché ciò che mangiamo avrà una ricaduta sulla nostra salute: “La pasta da consumare è quella di grano duro ed essiccata a basse temperature. Il grano deve essere il nostro, quello che cresce con il nostro sole, mentre quello importato, specie da nazioni fredde e umide, è piena di glifosato, un pesticida cancerogeno per l’uomo”.
E’ arrivato davvero il momento di invertire la rotta: “Dovremmo alimentarci per nutrirci…oggi, invece, ci alimentiamo per ammalarci. E non solo di tumore, ma anche patologie cardio-vascolari, di diabete. Zuccheri e grassi saturi, inoltre, incidono molto anche sull’aumento dell’obesità, specie di quella infantile, con tutte le conseguenze che ne derivano. Un quarantenne di oggi non ricorda, della sua infanzia, tanti bambini in sovrappeso ed obesi come oggi. Nella fascia tra gli 8 e i 9 anni, i ragazzi obesi in Italia sono circa il 30%. Questo vuol dire che i bambini oggi non i nutrono, si malnutrono, così come purtroppo stanno facendo gli adulti”.
Eppure dovremmo cominciare ad avere una maggiore consapevolezza del cibo, di quello stesso cibo che, come dice il dottor Leuzzi:” Dovrebbe diventare un’arma contro il cancro se solo scegliessimo un regime alimentare che ci nutre e non ci avvelena. Il cibo potrebbe essere la nostra medicina: solo in quel caso possiamo parlare di prevenzione che è cosa ben diversa dalla diagnosi precoce. Effettuare la mammografia, ad esempio, così come qualsiasi altro screening, è diagnosi precoce, mentre preservare la salute, impedendo al cancro di prodursi e crescere è prevenzione”.
In una nazione come la nostra, dove la dieta mediterranea dovrebbe essere la protagonista incontrastata della tavole di tutti i giorni, non siamo in grado di preservare quella cultura del cibo dei nostri avi, avvezze a mangiare piatti poveri, frutto della migliore tradizione contadina, la stessa alla quale dovremmo tornare, come dichiara il dottor Leuzzi”: Nel momento stesso in cui, negli anni ’90, si è cominciato a parlare di dieta mediterranea, noi ce ne siamo allontanati, preferendo diventare dei clienti, pronti ad acquistare il cibo industriale. E più compriamo, più sprechiamo: sono andati in fumo 13 miliardi di euro in cibo buttato, lo scorso anno in Italia. Oggi la cucina è diventata l’ossessione di tutti, ne siamo costantemente bombardati, mentre invece dovremmo porre attenzione al cibo che non deve essere considerato come merce ma come strumento di prevenzione e salute”.
Carissimi lettori, oggi i protagonisti della mia rubrica sono i mitici anni ’60…iniziamo, dunque, con due abiti rappresentativi dell’epoca: una salopette a campana e un miniabito multicolore…
I miei bozzetti
La salopette raffigurata ha una linea aderente fin sopra il ginocchio, da dove, poi, parte una linea ampia, chiamata a “campana”. La maglia raffigurata sotto ha delle righe bianche e nere e una scollatura detta “girocollo”.
La salopette a campana…
L’abito raffigurato arriva al dì sopra del ginocchio, ha una linea svasata. La stoffa ha dei riquadri di colori differenti, come richiedeva la moda degli anni ‘60
Il bruxismo è una parafunzione dinamica del sistema masticatorio, estremamente diffusa nella popolazione adulta e legata allo stress. I clinici del settore odontoiatrico hanno da sempre notato l’usura e l’abrasione dei denti legata alla funzione masticatoria, alla tipologia di alimentazione e tipicamente correlata con l’età del paziente. Negli ultimi decenni sono molto aumentate le perdite di sostanza dentale a livello della superficie masticatoria, non correlate alla tipologia di alimentazione, di grado elevato e non legate all’età anagrafica, non uniformi nella loro localizzazione e soprattutto coincidenti nei denti dell’arcata dentale opposta. Queste lesioni dei denti sono dovute al bruxismo, ovvero al frizionamento dei denti l’uno contro l’altro senza interposizione di alimenti durante movimenti mandibolari selettivi di protrusione e/o lateralità. Questi movimenti sono raramente sotto il controllo della volontà, ed in tal caso il paziente ne è cosciente, molto più frequentemente non sono sotto il controllo della volontà e avvengono durante il sonno profondo.
I denti, pur mantenendo la funzione primaria di barriera epiteliare (hanno la stessa origine embrionale della cute), hanno anche una struttura che gli permette di adempiere alla funzione meccanica masticatoria. Si intende per sistema masticatorio l’insieme di elementi dentali (naturali od artificiali), muscoli, tendini, nervi ed articolazioni che esplica la funzione masticatoria.
Si parla di parafunzione occlusale, quando questo sistema viene attivato non per le finalità strettamente connesse all’alimentazione ed alla triturazione del cibo. Le parafunzioni possono essere sia statiche che dinamiche. Il bruxismo è una parafunzione dinamica; si può presentare transitoriamente nei bambini durante la dentizione mista ma, più tipicamente, si presenta negli adulti con un andamento discontinuo e fortemente correlata alla presenza di condizioni di stress, alla presenza di alcuni tipi di malocclusione dentaria ed alla presenza di una tipologia facciale e muscolare particolare. Studi elettromiografici hanno evidenziato che il bruxismo si verifica soprattutto di notte e nella fase del sonno profondo (REM). Il paziente adulto bruxista, pur in maniere non costante, digrigna per tutta la vita.
Il bruxismo si accompagna sempre ad abrasione patologica degli elementi dentali coinvolti che possono diventare ipersensibili oppure, nei casi più gravi, diventare necrotici dando luogo a complicanze infettive.
La parafunzione del bruxismo, non essendo legata ad esigenze funzionali, altera la normale fisiologia del sistema masticatorio con possibili danni e conseguenti sintomi a carico di uno o più elementi del sistema; denti, articolazioni temporo-mandibolari, muscoli masticatori e loro antagonisti. Il bruxismo può inoltre avere influenza negativa sul decorso di altre malattie odontoiatriche quali la malattia parodontale, la carie e le disfunzioni cranio-cervico-mandibolari.
Cosa fare, dunque? Vi sono sufficienti evidenze cliniche e scientifiche che permettono di affermare che, ad oggi, l’insorgenza di una parfunzione occlusale non può essere prevenuta. Altrettante evidenze mostrano che il decorso della parafunzione e la prevenzione dei danni secondari può essere influenzata positivamente dalla correzione di tutte quelle malocclusioni caratterizzate dalla dislocazione posteriore della mandibola. In pazienti che hanno parafunzione occlusale qualsiasi presidio che impedisca meccanicamente la parafunzione stessa risulta inefficace, mal tollerato e foriero di possibili complicanze che sono peggiori dei danni procurati dalla parafunzione stessa. E’ questo il caso dei dispositivi universali presenti in commercio. Il buon senso indica che in presenza di bruxismo ci si debba rivolgere a persona competente ed esperta, che sappia fare una diagnosi accurata, che valuti con attenzione le caratteristiche individuali della parafunzione e che abbia i mezzi per realizzare un dispositivo totalmente individuale sulle caratteristiche anatomiche del paziente, sulle caratteristiche individuali degli elementi coinvolti dalla parafunzione del sistema masticatorio e sui sintomi del paziente. Questo dispositivo individuale non impedisce la parafunzione ma permette al paziente affetto da bruxismo di digrignare bene, limitando e controllando i danni agli elementi del sistema masticatorio.
Vi ricordate quando da bambini non vedevate l’ora di disegnare e come eravate felici quando vi regalavano un album da colorare?
Crescendo, ovviamente, si fanno altre cose, si sposta la propria attenzione su altre attività, più “idonee” agli adulti. Ma chi l’ha detto? Chi ha deciso quali sono le cose da fare da piccoli e quali le cose da fare da grandi? Personalmente questa distinzione non l’ho mai fatta, ho sempre continuato a fare le cose che mi rilassavano e che mi davano, anche per pochi minuti, gioia, e tra queste, colorare.
Si, avete letto bene: colorare.
Album, matite colorate e pennarelli fotografati da Lorenza Fiorilli
Cosa? Anche gli album che vendono in edicola; si, proprio quelle con i personaggi dell’ultimo cartone della Disney. Ho sempre difeso questo mio piccolo “antistress”, anche quando i miei amici mi guardavano in modo strano e non riuscivano a capirmi (veramente anche ora..) ma non gli ho mai dato importanza.
La maggior parte di noi ha un hobby, un’attività che pratica per svagarsi; c’è chi fa giardinaggio, chi gioca a calcetto, chi fa lavori a maglia, e chi si dedica all’arte: dipingere, lavorare la creta, disegnare e… colorare. Che differenza c’è tra colorare una tela o un libro per bambini? Nessuna. Anzi, no.. Una c’è.. E’ che ci sentiamo stupidi, infantili; o, meglio, gli altri ci fanno sentire così.
Eppure è scientificamente provato che colorare fa rilassare e fa divagare e diverse ricerche hanno dimostrato che colorare fa ridurre lo stress e suscita una sensazione di calma. Quando coloriamo siamo concentrati solo sulle figure, su come abbinare i colori, sullo stare attenti a non andare fuori dai bordi, e durante quei pochi minuti lasciamo fuori i nostri problemi e le nostre preoccupazioni.
Quando coloriamo riusciamo anche a capire meglio le nostre emozioni e il nostro umore: dai colori che usiamo, infatti, si può capire molto del nostro vissuto interiore in quel momento. Per accorgersene basta provare a colorare uno stesso disegno in due momenti diversi: uno quando ci si sente sereni e un altro quando ci si sente arrabbiati o tristi e poi confrontarli tra loro.
Quando coloriamo, inoltre, si attivano varie aree del nostro cervello, sia l’emisfero sinistro che quello destro; lavorano contemporaneamente la logica, la creatività e l’immaginazione.
Ormai in molti Paesi, inclusa l’Italia, sono stati pubblicati degli album da colorare destinati agli adulti, i cosiddetti colouring books (come li chiamano gli inglesi) e se fate un giro in edicola ve ne accorgerete. In alcuni paesi europei alcuni di questi sono diventati dei veri e propri best sellers; in particolare, va di moda colorare i mandala (disegni circolari con vari motivi geometrici) e molti di questi si possono scaricare e stampare anche da internet.
Ovviamente, affinché colorare abbia l’effetto sperato, si deve stare tranquilli in un luogo senza confusione e chi lo desidera, può farlo anche ascoltando la sua musica preferita.
Vi invito a provare, magari iniziando a colorare insieme a vostro figlio o nipote, e poi potete continuare da soli. Forse qualcuno si sentirà sciocco, altri lo troveranno noioso, ma altri potranno scoprire una nuova tecnica antistress!
Ora vi saluto.. Scusate, ma mi è venuta voglia di prendere i colori in mano…
“A due anni già ballavamo, come ci racconta nostra madre, e alle recite natalizie dell’asilo ci sentivamo perfettamente a nostro agio…poi, una sera, davanti ai balletti della Parisi nel programma del sabato sera “Fantastico”, abbiamo chiesto a nostro padre come si facesse ad entrare in quella scatola magica e lui ci rispose che, se lo volevamo davvero, ce l’avremmo potuta fare”, a raccontarsi è Lorenza Petriconi che, con la gemella Graziana, sono state protagoniste di una storia che tanto somiglia a quella delle favole…
Nella foto, da sinistra, Graziana e Lorenza Petriconi (foto per gentile concessione)
Dunque, iniziamo da quella passione che coltivano sin da piccole: “Siamo state sempre affascinate dall’arte: musica, danza, canto, teatro e tv, dalla quale è decollata la nostra carriera”.
Lorenza, con la sua chioma fulva, che tanto è piaciuta anche al loro pigmalione Gianni Boncompagni, è un fiume in piena di energia e entusiasmo e, grazie alle sue parole, facciamo un salto indietro di tanti anni: “Studiavamo danza e ci eravamo diplomate al Conservatorio di Santa Cecilia in flauto traverso, ma il nostro sogno era la tv. Casualmente, un giorno, nostra zia ci disse che stavano cercando delle ragazze per “Domenica in”. E fu così che, nel giugno del 1989, arrivammo agli studi della Dear e lì vedemmo una marea di ragazze, ma provammo ugualmente”.
Poi arriva l’estate…l’estate dei 16 anni di Graziana e Lorenza, la quale dichiara: “In quei mesi accantonammo nella testa l’idea che ci avrebbero chiamate e ci godemmo quel periodo, fino al mese di settembre, quando, di domenica, il telefono di casa squillò e ci comunicarono che avevamo superato le selezioni, anche se non ci dissero quando ci saremmo dovute presentare”.
Infatti, quando arrivò il giorno dell’incontro con Boncompagni “Noi eravamo a scuola e ci precipitammo in macchina con nostra madre così come eravamo: senza trucco, con i capelli ricci, gli occhiali da vista…ma fu proprio questa semplicità a colpire Boncompagni, con il quale ci mettemmo a parlare come se lo avessimo conosciuto da sempre”.
E così inizia la favola: “Nella trasmissione domenicale della RAI , presentavamo il gioco telefonico per bambini, poi abbiamo anche affiancato anche Pupo e ci siamo cimentate anche in alcuni sketch comici con lo stesso Boncompagni”.
Lorenza ricorda quel periodo: “Come bellissimo, gratificate e nel quale abbiamo imparato molto, nonostante i tanti sacrifici, perché frequentavamo la scuola superiore e studiavamo di notte o durante il tragitto in macchina”.
Conclusasi l’esperienza di Domenica In, ecco arrivare “Piacere Raiuno”:“Ero lo show di mezzogiorno della RAI, andava in onda dalle 12 alle 14,30 da settembre a giugno. Nessuno studio televisivo: si andava in diretta dai teatri italiani, infatti, grazie a questa esperienza, abbiamo girato la nostra bellissima penisola.”
In molti si ricorderanno di Lorenza e Graziana come le Tate di Toto nel programma il cui cast vantava un giornalista come Piero Badaloni, l’attrice Simona Marchini e il cantante Toto Cutugno, appunto.
Di quel periodo come dimenticare: “Le 150 lettere al giorno che ricevevamo dai nostri fans”.
Conclusasi la parentesi televisiva, le gemelle Petriconi vengono contattate per alcune spot pubblicitari di marche note, poi: “ In tv torniamo nel 1996 con “La sai l’ultima”, insieme a Pippo Franco e Pamela Prati”.
Quando arriva anche il cinema, a chiamarle più forte ancora è quella scuola di danza che, nel frattempo, avevano deciso di aprire nella città dove sono nate e cresciute.
Da sinistra, Lorenza e Graziana (foto per gentile concessione)
“Eravamo impazienti di tornare e vedevamo l’orologio quando stavamo sul set. Abbiamo capito che una cosa più bella e più grande ci stava spettando: i nostri ragazzi”.
Oltre alla loro scuola, dove sono attivati corsi di danza classica, moderna ed acrobatica, le gemelle Perticoni sono fiere del loro Gruppo Folkloristico Citta di Nettuno che ha ottenuto il riconoscimento come Gruppo Storico dall’allora Presidente della Repubblica Napolitano.“Con i ragazzi vestiti con gli abiti nettunesi del 1500 prendiamo parte a tutti gli eventi più importanti della nostra città”.
Le gemelle Petriconi con il loro “Gruppo Folkloristico Città di Nettuno” (foto per gentile concessione)
Intanto, con la loro scuola, vincono tutto quello che c’era da vincere: “Competizioni Provinciali, Regionali, Nazionali ed Europee e grazie a questa vittoria arrivata nel 2006 a Barcellona, voliamo a New York e portiamo a casa 3 medaglie d’oro, 1 di bronzo e la coccarda come premio della giuria. Nella Grande Mela abbiamo vinto con un balletto mix di danza e tarantelle “.
Dopo i fasti e i lustrini della tv, Lorenza e Graziana sono rimaste le ragazze semplici di sempre: “E’ nelle cose semplici che c’è la vita e la sua purezza, la sua bellezza”, conclude Lorenza.
…e fu così che la “Terra di Lavoro” si trasformò nella “Terra dei Fuochi”: quell’area conosciuta come Liburia e che si estendeva originariamente tra Capua e Napoli, quei campi tra i più fertili di tutta Europa, sono diventati, negli ultimi anni, protagonisti di una cronaca dolorosa, fatta di rifiuti tossici, di roghi, di inquinamento dell’aria, di tumori che stanno stroncando vite umane.
La situazione assume i connotati di un’emergenza: “ Specialmente nella zona dell’agro aversano, tra Napoli Nord e Caserta Sud, nella quale c’è una percentuale maggiore di tumori”, come dichiara il Dottor Filippo Barone MMG (Medico di Medicina Generale), nei comuni di Santa Maria Capua Vetere e San Prisco, entrambi in provincia di Caserta.
Il Dottor Filippo Barone
Nel tentativo di arginare l’aumento di neoplasie, le ASL della Regione Campania hanno coinvolto proprio i Medici di Medicina Generale, per offrire, gratuitamente, l’effettuazione di screening a tappeto su fasce della popolazione potenzialmente a rischio. Di questa iniziativa, nata in sordina tre anni fa, ma che specie ora sta creando una nuova consapevolezza della sua importanza tra la popolazione, ne parliamo proprio con il Dottor Filippo Barone: “Le ASL, specie da quest’anno, hanno chiesto una maggiore collaborazione ai Medici di Medicina Generale, i quali illustrano ai propri pazienti la necessità di sottoporsi a screening che possono rilevare neoplasie nelle fasi iniziali e, quindi, con una maggiore possibilità di guarigione rispetto a fasi conclamate”.
Nella “Terra dei Fuochi” le patologie tumorali (leucemie in primis seguite dai linfomi) sono le più diffuse tra i bambini tra i 6 e ai 14 anni, mentre quelle tiroidee si registrano soprattutto in soggetti adulti tra i 15 e i 19 anni, ma è l’aumento di casi neoplasie riguardanti la cervice uterina, la mammella, e il colon retto ad aver spinto le ASL campane a pianificare una serie di screening, come dichiara il Dottor Barone: “La neoplasia del colon retto ha registrato, negli ultimi anni, un notevole incremento , ad esempio, se prima tra i miei pazienti si verificava uno, due casi l’anno, ora se ne contano più di cinque. E’ per questo che si è reso necessario individuare un target di soggetti ai quali viene sottoposto un modulo in base al quale possono esprimere la propria adesione o il proprio dissenso”.
Per quanto attiene la neoplasia della cervice uterina, il target di riferimento sono le donne tra i 25 e i 64 anni, ai quali viene chiesto di sottoporsi al pap – test e visita ginecologica ogni 3 anni, per la neoplasia alla mammella lo screening mammografico va dai 50 ai 69 anni, stessa fascia d’età che riguarda anche quello per la prevenzione del K del colon retto che si effettua attraverso la ricerca del sangue occulto nelle feci; entrambi gli screening vengono effettuati ogni due anni.
I Medicina di Medicina Generale della Campania, come il Dottor Filippo Barone, sono diventati, dunque, paladini e tutori della salute di coloro che vivono nella Terra dei Fuochi: “La diagnosi precoce è essenziale, perché, come tutti ormai sanno, molte neoplasie sono asintomatiche e quando i primi sintomi insorgono, la malattia potrebbe essere già nella fase conclamata. Intercettare, dunque, un tumore nella sua fase iniziale significa avere un’altissima percentuale di sopravvivenza”.
Chiedo al Dottor Barone se vi sia, tra coloro i quali si ammalano di tumore, più volontà di reagire o più rabbia: “Inizialmente, quando la patologia viene diagnosticata, la volontà di reagire è tanta…ma la rabbia monta quando si perde la propria battaglia…si ha rabbia verso coloro i quali hanno trasformato la nostra terra nella Terra dei Fuochi”, conclude il Dottor Filippo Barone.
L’altra mattina ho visto un cagnolino abbandonato in un cortile di una palazzina.. Certo, potevo pensare che si fosse perso, ma quello che mi ha fatto capire che qualcuno lo avesse abbandonato, dimenticato, ignorato sono stati i suoi occhi tristi ed il suo atteggiamento: era lì, sotto la pioggia, al vento, a guardare fisso in un punto, fermo allo stesso luogo ad aspettare invano che quello che considerava il suo amico tornasse a prenderlo..
E allora ho pensato che se quella persona avesse avuto (oltre ad un cuore, un’anima e una coscienza) un po di empatia, quel cagnolino non stava soffrendo in quel modo..
Empatia, questa sconosciuta, mi verrebbe da dire.. Ma cos’è? E’ la capacità di mettersi nei panni degli altri, persone o animali che siano, di provare le loro stesse emozioni e sensazioni, di immedesimarsi nei loro stati d’animo, di gioire e di soffrire come gioirebbe e soffrirebbe l’altro.
Se ognuno di noi si sforzasse a provare un po di empatia, sono sicura che non ci sarebbero guerre, non ci sarebbero i bulli che umiliano i compagni di classe, non ci sarebbero animali abbandonati, non ci sarebbero i senza tetto che muoiono di freddo su un marciapiede.
Ci sono persone che riescono ad avere questa capacità, che la sentono innata; per loro è naturale immedesimarsi negli altri e nei loro sentimenti. Per altri è più difficile, per altri ancora, impossibile.
Ma da cosa dipende? Diverse ricerche hanno scoperto che nel cervello ci sono dei particolari neuroni che si attivano sia quando una persona compie una particolare azione, sia quando la persona osserva quella stessa azione svolta da altri; per questo motivo, tali neuroni sono stati denominati neuroni specchio. Questo tipo di neuroni, svolgerebbero, quindi, una funzione importante nella percezione e nella comprensione del comportamento altrui.
L’empatia potrebbe anche essere “insegnata”; sarebbe necessario, fin da piccoli, attuare dei metodi, delle tecniche che facilitino e migliorino la comprensione dei sentimenti di chi ci sta vicino e che, quindi, porterebbero ognuno a mettersi nei panni dell’altro.
Ma al di là dei termini scientifici e delle ricerche di neuropsicologia, sarebbe così semplice, per vivere e far vivere meglio, attenersi ad un antico detto: Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te. Ebbene, nessun adolescente vorrebbe essere deriso dai propri compagni di classe, nessun uomo vorrebbe essere pestato a sangue perché dorme per strada, nessuna persona vorrebbe essere trattata con aggressività, nessun essere vivente vorrebbe essere abbandonato dalla persona che ama e dalla quale era sicuro essere amato a sua volta..
Ho dato una carezza a quel batuffolo di pelo, gli ho dato da mangiare, così come fa da diversi giorni una signora che abita in quella palazzina, e che ora l’ha preso con sé, ma lui vuole rimanere lì, ad aspettare e a sperare..
Ecco, se quella persona che lo aveva con sé avesse avuto un briciolo di empatia, ora quel cagnolino starebbe scodinzolando felice in quella che considerava la sua casa…